LA NUOVA ENCICLICA

Un tema di «vivissima attualità», afferma l’arcivescovo Bruno Forte.
«"Rimotivare" il senso della vita e della storia:
così il Pontefice rilancia la sfida.
E ci richiama al senso escatologico della fede».

RITAGLI    Ecco la «speranza che salva»    DOCUMENTI

Il documento del Papa sarà pubblicato il 30 novembre.
Reso noto ieri il titolo dell’atteso testo: «Spe salvi».
Verrà illustrato alla stampa dai cardinali Georges Cottier e Albert Vanhoye.

Da Roma, Mimmo Muolo
("Avvenire", 24/11/’07)

Sarà pubblicata il 30 novembre prossimo la seconda Enciclica di Benedetto XVI. La notizia è ufficiale ed è stata diffusa ieri dalla "Sala Stampa" della Santa Sede. Il comunicato ne anticipa anche il titolo, "Spe salvi" (salvati per mezzo della Speranza), che come sempre avviene per i documenti pontifici è tratto dalle prime due parole del testo latino. La nota precisa inoltre che il testo verrà presentato ai giornalisti, sempre nella "Sala Stampa", alle 11,30 del 30 novembre (mentre l’"embargo" scadrà un’ora dopo, alle 12,30), dal "pro-teologo" emerito della casa pontificia, cardinale Georges Cottier e dal cardinale Albert Vanhoye, professore emerito di esegesi del nuovo testamento al "Pontificio Istituto Biblico". Ai rappresentanti dei "media" il documento sarà distribuito in otto lingue: latino, italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese e polacco.
La notizia segue di 24 ore l’anticipazione che il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, aveva dato giovedì a margine del "Congresso mondiale" degli organismi che si occupano di «Giustizia e pace». Il porporato, in realtà, aveva parlato solo della firma dell’Enciclica, che avverrà dunque poche ore prima della pubblicazione vera e propria, in una data tra l’altro dal forte valore ecumenico, dato che si tratta della festa di Sant’Andrea, fratello di San Pietro e patrono della Chiesa ortodossa. "Spe salvi" segue, così, di quasi due anni la prima Enciclica del Pontefice, la
"Deus caritas est", che fu pubblicata il 25 gennaio 2006. Mentre già c’è attesa, sempre secondo quanto riferito dal cardinale Bertone due giorni fa, per un altro importante documento di Benedetto XVI, che dovrebbe vedere la luce nel corso del 2008 e riguardare la sfera del sociale.
In attesa di poter leggere il testo, non deve sfuggire il fatto che le prime due Encicliche del pontificato di Papa Ratzinger riguardano altrettante virtù teologali: la Carità e la Speranza, appunto. Con questo suo nuovo documento, spiega
monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, in un’intervista alla "Radio Vaticana", Benedetto XVI ricorderà che «per i cristiani la speranza non è qualcosa, non è la proiezione in avanti di un desiderio o una rassicurazione mondana. La speranza è Qualcuno, che è venuto ma, anche, inseparabilmente, Qualcuno che verrà: è Gesù Cristo». Ed è per questo che l’argomento di questa seconda Enciclica rappresenta «un tema di vivissima attualità».
«Si può dire – prosegue Forte – che se l’amore, la carità è la buona novella contro le solitudini ed anche le lacerazioni sul piano della giustizia e della convivenza dei singoli popoli, la speranza è quella che offre l’orizzonte di senso che dopo il tramonto dei grandi orizzonti dei miti ideologici, sembra essere largamente assente. C’è una penuria di senso e di speranza, e sembra che proprio ritornare alla speranza, "rimotivare" il senso della vita e della storia possa essere una forma concreta della carità per il tempo in cui noi stiamo vivendo».
L’arcivescovo si sofferma, infine, sul titolo dell’Enciclica. «Mi sembra – sottolinea – che il Papa, mettendo l’accento sulla dimensione della salvezza nella speranza ci voglia richiamare al senso "escatologico" del cristianesimo; quello che a volte è stato messo in ombra di fronte alle urgenze dell’oggi, dell’immediato. Anche qui credo che ci sia un segno epocale: l’escatologia ritorna al centro delle inquietudini del cuore umano». Interrogarsi sul destino ultimo, sulla vita, sulla morte, sul giudizio, sulla vita eterna, conclude, dunque monsignor Forte, è un tema di primaria importanza, anche per il bisogno sempre più pressante «di motivare, su un fondamento non caduco e passeggero, contingente e provvisorio, ma ultimo e definitivo, il nostro impegno storico».