INTERVISTA

Mons. Patabendige Don: «Il dialogo, vero "antidoto" all’odio».

PRECEDENTE     India: la fede negata     SEGUENTE

Il Segretario della "Congregazione per il culto divino e i sacramenti":
«Queste violenze non sono il frutto dell’ostilità del popolo,
ma solo di alcuni gruppi "fondamentalisti".
La "comunità internazionale" faccia pressione sulle autorità indiane.
Seguiremo la via del perdono».

La mappa dei Cristiani, presenti nei vari Stati dell'INDIA...

Da Roma, Mimmo Muolo
("Avvenire", 27/8/’08)

«Non bisogna disperare. Queste violenze non sono il frutto dell’ostilità del popolo indiano, ma solo di alcuni gruppi di "fondamentalisti". È perciò necessario continuare nell’opera di dialogo, per impedire che l’odio, frutto dell’ignoranza, si estenda». Monsignor Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, Segretario della "Congregazione per il culto divino e i sacramenti", pur vivendo a Roma, si tiene in costante contatto con i suoi amici vescovi indiani. E dà una sua lettura precisa della situazione. Il presule, 60 anni, nativo della diocesi di Kurunegala nello Sri Lanka, ha visitato spesso le vicine Chiese indiane, comprese le zone colpite dagli attacchi "anti-cattolici" di questi giorni. Perciò è in grado di parlare con cognizione di causa.

Eccellenza, perché secondo lei questa "campagna" di odio è frutto dell’ignoranza?

Perché da parte di questi gruppi di "fanatici" si tende da un lato ad assimilare il cristianesimo alla cultura occidentale "secolarizzata", dall’altro a confondere la Chiesa cattolica con alcune "sette" che operano senza alcun rispetto per la cultura e gli usi del luogo.

Dunque la causa sarebbe duplice…

Certo. Va detto, però, che alla base di tutto c’è un’opera di "strumentalizzazione" a fini politici e sociali, operata dai gruppi più "fondamentalisti" dell’induismo. In sostanza essi sfruttano la paura della gente che la "globalizzazione" possa radicalmente cambiare lo stile di vita e i valori tradizionali. E poiché la "globalizzazione", dicono, è figlia dell’Occidente e questo Occidente viene identificato con la religione cristiana, ecco che si crea il "corto-circuito". "Occidente uguale Chiesa cattolica", cioè l’istituzione cristiana più presente in India.


E le "sette" come si inseriscono in questo discorso?

Le "sette", specie quelle che nelle forme e nei metodi ricordano un certo "pentecostalismo", usano spesso un approccio poco prudente verso la tradizione e la cultura locale. Ecco, dunque, l’accusa di "proselitismo", attribuita ai cattolici. Poiché anche queste "sette" usano il nome di Gesù, è facile accostarle alla Chiesa cattolica, commettendo errori ed equivoci che – come si è visto in questi giorni – possono produrre effetti tragici.

Quali sono i suoi sentimenti in questo momento?

Sono molto addolorato, ma – lo ripeto – non bisogna disperare. Ogni violenza va assolutamente condannata, ma accanto a ciò dobbiamo sforzarci di non perdere di vista il dialogo, isolando così le "frange" più estreme. La violenza, del resto, è un segnale di debolezza da parte di chi la usa. Se, infatti, come ricordava anche il Mahatma Ghandi, uno è profondamente convinto della sua identità religiosa, non ha bisogno di difendersi attaccando gli altri, né teme che altri possono fargli cambiare idea.

Qual è la strada da seguire per porre fine alle aggressioni?

C’è una strada per così dire "politica". Siamo ormai di fronte a un problema abbastanza esteso e dunque è necessario che la "comunità internazionale" e le sue espressioni più alte (penso ad esempio all’"Onu") facciano pressioni sulle autorità indiane, affinché assicurino la libertà e l’incolumità della comunità cattolica. Una presa di posizione netta e chiara in questo senso sarebbe molto importante. Ma c’è soprattutto una "via del cuore", che è forse la più difficile da seguire, ma anche quella decisiva per promuovere un effettivo cambiamento.

E cioè?

La "via del cuore" è quella del perdono, l’unica davvero efficace. Cercare le cause della violenza, capire le ragioni dell’altro e trovare insieme una soluzione, chiarendo nel contempo quegli equivoci di cui si diceva in precedenza e cioè che i "disvalori" del "secolarismo" non sono figli del cristianesimo, ma esattamente il suo opposto. A mio avviso siamo ancora in tempo, perché a fomentare le violenze sono solo piccoli gruppi. Il popolo indiano nel suo complesso non la pensa così, ma può essere influenzato negativamente da chi propaga l’intolleranza religiosa.

Che cosa può fare la "comunità ecclesiale internazionale"?

È assolutamente necessario far avvertire alle Chiese perseguitate che esse non solo sole. Vicinanza, solidarietà, preghiera e aiuti sono indispensabili. Se i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i tanti "laici" di quelle diocesi avvertiranno questo clima intorno a sé, sicuramente potranno affrontare la prova molto meglio. E anche le autorità locali e internazionali saranno stimolate ad intervenire perché siano rispettati i diritti delle minoranze, compreso quello fondamentale alla libertà religiosa.