SEGNI DEI TEMPI
Era il 13 maggio 1981
quando Alì Agca sparò a Giovanni Paolo II.
Venticinque anni dopo Roma abbraccia l’icona di Fatima
alla quale il Pontefice era profondamente legato.
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Da Roma, Mimmo Muolo
("Avvenire", 13/5/’06)
Quello che nessuno avrebbe mai potuto immaginare
si verificò, invece, alle ore 17,19 di mercoledì 13 maggio 1981. Venticinque
anni fa. C'era il sole in piazza San Pietro, un bel pomeriggio primaverile che
aveva attirato migliaia di fedeli provenienti da tutto il mondo, per l'udienza
generale, quel giorno fissata non di mattina, come spesso Papa Wojtyla amava
fare. Il clima era quello consueto e festoso dell'incontro settimanale con il
Pontefice. E Giovanni Paolo II sulla campagnola bianca scoperta stava facendo il
giro della piazza per salutare più da vicino i pellegrini. Poco prima del
momento fatidico aveva preso in braccio e baciato sulla fronte un bel bambino
dai riccioli biondi. Sembrava, insomma, un'udienza come le altre.
Ma all'improvviso ecco gli spari. La gente comincia a urlare, il Papa viene
colpito al ventre, al gomito destro e all'indice, mentre Alì Mehmet Agcà tenta
inutilmente di fuggire (sarà arrestato di lì a poco, anche grazie
all'intervento di una coraggiosa suora). Racconterà anni dopo il suo segretario
personale, l'allora don Stanislao Dziwisz, che come al solito era con lui sulla
campagnola, di aver subito chiesto al Pontefice: «Dove?» «Al ventre», fu la
risposta di Giovanni Paolo II. «Fa male?», chiese ancora l'attuale arcivescovo
di Cracovia. «Fa male», confermò il Papa. E in quell'istante cominciò ad
accasciarsi.
Gravemente ferito, Papa Wojtyla viene trasportato al Policlinico Gemelli, dove
rimane in sala operatoria per sei ore. «Durante il tragitto - è sempre il
racconto del cardinale Dziwisz - il Santo Padre era ancora cosciente, perse
conoscenza entrando nel Policlinico. Finché gli fu possibile pregò
sottovoce».
Fu un'operazione difficilissima. La situazione era molto grave. «A un certo
momento - scrive l'allora segretario del Papa - il dottor Buzzonetti
(l'archiatra pontificio, ndr) si rivolse a me, chiedendomi di amministrare
l'unzione degli infermi, perché la pressione diminuiva, e il battito cardiaco
si sentiva appena. Poi la situazione cominciò a migliorare e dopo l'intervento
Giovanni Paolo II fu trasferito in sala di rianimazione.
Risvegliandosi, una delle prime cose che chiese fu: «Abbiamo recitato
compieta?», ma ormai si era all'indomani dell'attentato. Il resto del decorso
fu più o meno normale. Domenica 17 maggio registrò un breve messaggio per
l'Angelus, in cui ringraziava i fedeli per le preghiere e perdonava
l'attentatore. Il 18 maggio uscì dalla rianimazione e il 3 giugno, dopo 22
giorni di degenza al Policlinico Gemelli, rientrò in Vaticano.