FEDE E SOCIETÀ

RITAGLI     Don Vittorio Nozza:     DOCUMENTI
«Educhiamo a nuovi "stili di vita"»

«Il momento di difficoltà economica "globale"
può aiutare a correggere alcune "distorsioni".
Non è il momento della disperazione, ma di una fiducia "fattiva"».

Da Roma, Mimmo Muolo
("Avvenire", 3/1/’09)

«La "crisi"? Non dico certo "ben venga". Ma accanto agli innegabili profili negativi, può essere anche un’opportunità da sfruttare per correggere alcune "distorsioni" della società italiana». Don Vittorio Nozza, con un occhio al "Messaggio" del Papa per la "Giornata Mondiale della Pace" e l’altro alla situazione del nostro Paese, legge così i dodici mesi che ci aspettano. In sostanza, dice il Direttore della "Caritas Italiana" in questa intervista ad "Avvenire", «non è il momento della disperazione, ma di una fiducia "fattiva", che ha proprio nelle prospettive indicate da Benedetto XVI uno dei suoi massimi punti di riferimento».

Don Nozza, il Papa parla della "lotta alla povertà" come uno dei mezzi per promuovere la pace. Questo che cosa significa in "chiave" italiana?

Significa in primo luogo adoperarsi per far sì che quei sette milioni di italiani, che vivono con meno di 500 euro al mese e che sono dunque sotto la soglia di povertà, riescano ad uscirne. Le statistiche degli ultimi anni dicono, infatti, che questo gruppo di persone sta diventando "strutturale". In pratica, una volta entrati nella categoria, è molto difficile uscirne. Significa, inoltre, pensare "politiche sociali" ed educare a stili di vita per aiutare altri tre milioni di persone sempre più a rischio, che spesso non ce le fanno ad arrivare alla fine del mese, pur potendo contare su uno o più "redditi".

Un "fenomeno" che si va estendendo?

In qualche misura sì. Sono soprattutto impiegati o pensionati, anziani soli o coppie "mono-reddito". Basta un qualsiasi imprevisto (una malattia, ad esempio) per creare notevoli problemi di tipo economico. A loro si aggiungono i divorziati e i separati. La stabilità della famiglia conviene anche da questo punto di vista.

E ora che c’è la "crisi", la situazione non è destinata ad aggravarsi?

Alcuni segnali, in effetti, ci dicono di sì. Basti pensare a tutte quelle imprese con meno di 15 dipendenti, che vedono compromesse o semplicemente ritardate le loro "entrate". Prima o poi si innescherà una reazione a catena, perché non potranno più pagare gli stipendi e allora molte famiglie si troveranno in "ristrettezze". Dunque dobbiamo attenderci di sicuro tempi non facili. Ma io penso che la "crisi" sia anche una grande opportunità.

Si spieghi meglio…

Opportunità a livello personale e familiare, per rivedere i propri stili di vita, ridurre gli sprechi e recuperare la dimensione della "solidarietà", riducendo gli spazi dell’"individualismo". Opportunità a livello sociale e politico, per mettere in piedi interventi di riforma ormai "improcrastinabili".

Qualche esempio?

Mi sembra evidente che non è più tempo di avere quattro "cellulari" a testa, o di trascorrere tutti i "weekend" in montagna, o di andare in pizzeria o al ristorante ogni volta che se ne ha voglia. Mi sembra altrettanto evidente che c’è molto da fare per combattere le povertà "immateriali" di cui parla il Papa nel suo "Messaggio", recuperando tutta una serie di valori, come l’incontro, l’appartenenza, la "cittadinanza", la condivisione dei "gruppi amicali". Insomma questo è un tempo per promuovere rapporti più "solidali", che sono un potente "antidoto" contro l’impoverimento.

E a livello "sociale"?

Per battere la "crisi" bisogna rafforzare le "politiche familiari", facilitando la costituzione di nuovi nuclei e la nascita dei figli. Servono "politiche" per la casa, il lavoro non "precario" (altro tema sul quale il Papa è intervenuto di recente), l’istruzione dei figli. Occorre inoltre investire risorse non distribuendo soldi alle "categorie" (o per lo meno non solo così), ma anche creando "servizi" sul territorio e razionalizzando la spesa per quelli che già ci sono. Attualmente il 90 per cento di questa spesa viene gestita a livello "centrale" e il 10 per cento a livello "locale". Riequilibrare la percentuale, valorizzando la capacità di lettura dei bisogni degli "enti locali", favorirebbe senz’altro quel "federalismo solidale" da molti auspicato.

Secondo lei, c’è in Italia il rischio di "tensioni sociali", a causa della "crisi" e del possibile "impoverimento" di altre categorie di persone?

Quello che il Papa scrive nel suo "Messaggio", e cioè che lottare contro la povertà serve a costruire la pace, non va pensato solo in relazione all’Africa e al "Terzo Mondo". Anche in Italia, se aumentano le fasce della popolazione a rischio povertà, ogni intervento sulle categorie "storiche" di poveri (gli "immigrati", ad esempio) può essere letto come un fattore di disturbo proprio da chi si sta impoverendo e ha bisogno di sostegno. Perciò la lettura del "Messaggio" del Pontefice ci riguarda tutti da vicino.

Qual è in tale contesto il ruolo delle "comunità ecclesiali"?

È un ruolo fondamentale e molto esteso. Sia in termini di interventi "diretti" (attraverso le "Caritas" e gli organismi di "volontariato"), sia in termini di educazione a quegli stili di vita che permettano di coniugare, proprio come dice il Papa, la "sobrietà" e la "solidarietà".