Appuntamento
con la nostra coscienza
![]()
La
poesia ricorda, tiene desto anche lo sdegno
e il sogno che ciò che è stato avrebbe potuto non essere.
Roberto
Mussapi
("Avvenire",
24/1/’08)
"Giornata della
memoria", domenica, tra poco. Non è solo una data, un appuntamento, per
quanto importante, con la nostra coscienza, che vuole essere mantenuta vigile. C’è
di più.
Memoria non è una parola semplice, ammesso che ne esistano. È una parola più
complessa di altre. La memoria non si esaurisce nel ricordo preciso, meccanico,
fissato, di qualcosa che è accaduto, che sia positivo o negativo. Questo
aspetto storico, "notarile", fa parte necessariamente della memoria, che
custodisce i fatti. Ma non ne esaurisce le possibilità, non ne rappresenta
appieno la natura. Chi ricorda e dichiara di voler ricordare sta giudicando un
avvenimento che è accaduto: ricorda per festeggiare il compleanno di una
persona amata o il proprio, l’anniversario di matrimonio, o un altro
avvenimento che nella celebrazione vuole essere protratto, mantenuto in vita,
nuova, modificata e ulteriore, prolungato nel presente e nel futuro. Chi ricorda
una tragedia, un evento intollerabile, scandaloso, ricorda per mantenere in vita
quello "sgomento", ma non solo. Se il primo vuole prolungare la vita dell’evento
ricordato, il secondo, e qui entriamo nel tema, la "Giornata delle
Memoria", non si limita a voler ricordare, ma compie mentalmente un’operazione
"doppia" e apparentemente "contraddittoria": vuole ricordare bene, e far ricordare
bene, ciò che è accaduto, ma vorrebbe anche, rievocandolo come fosse presente,
poterlo cancellare, poter evitare quel che doveva essere ed è stato.
La "Giornata della memoria" non è solo un monito a mai dimenticare l’"Olocausto",
ma anche l’anelito a volerlo annullare con le forze, all’"Olocausto"
opposte, della compassione, della solidarietà, dell’amore. Se non esistesse
questa valenza "agonistica", pur se disperatamente "agonica"
della memoria, saremmo nel puro meccanicismo del ricordo, che Lalla Romano
definiva «un pettegolezzo della memoria».
Eliot ha compreso ed espresso la tragica "compresenza" del tempo, passato,
presente e futuro, scrivendo in versi memorabili come «ciò che poteva essere e
non è stato» non appartiene al tempo. Ma indicava anche la nostra disperata
aspirazione a sostituire qualcosa che è stato con qualcosa d'altro che non è
stato.
Forse nessuno come i poeti comprende ed esprime il senso della memoria, che non
è solo attiva, ma guarda in avanti, come scriveva Shelley, forse nella poesia
"coesistono" la coscienza dell’evento e il sogno di superarlo in
qualcosa di ulteriore, più bello, più nutrito di speranza. La poesia, nel
ricordare, mette in scena e fa viva la scena primaria, l’origine, la specie
umana, che "configge" contro le sue stesse storiche "aberrazioni".
Per questo alla nota domanda retorica di Adorno, se avesse ancora senso scrivere
poesia dopo i "lager" nazisti, risponderei ancora e sempre: sì, ha
doppiamente senso, perché la poesia ricorda, ci tiene desti, e tiene desto
anche lo sdegno e il sogno che quello che è stato avrebbe potuto non essere.
Proiettando quest’umana speranza nel futuro, oggi, in questo istante, qui e
ora, qui e per sempre.