Le
"violenze" di oggi rischiano di far dimenticare
la tradizione di "dialogo" con l’Occidente,
come dimostra l’opera del grande poeta.
Indù e cristiani: il
"modello" è Tagore
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Dal
"Subcontinente" non proviene solo la via del "vuoto
cosmico",
ma anche quella "mistica", capace di attingere senza
"gelosie" al patrimonio del Vangelo.
Roberto
Mussapi
("Avvenire", 5/9/’08)
La terribile
"escalation" di violenza verso i cristiani da parte di
"fondamentalisti" dell’induismo colpisce come un evento sorprendente
e "spettrale": non siamo abituati, intendo nel nostro
"inconscio", ad associare la violenza a quel mondo religioso.
Non siamo abituati poi ad abbinare a tutto ciò che è indiano, anche
"rigorosamente" indiano, alcuna "valenza" aggressiva e
crudele. Comprensibile: l’immagine dominante dell’India è quella di Gandhi,
uno dei più grandi uomini di pace dell’età moderna, e lo spirito religioso
indiano ci appare marcato semmai da un eccesso di "sopportazione"
della sofferenza piuttosto che da un minimo "conato" di ribellione.
Questo sano e positivo "pregiudizio" è fondato, ripeto, oltre che
auspicabile: è sempre meglio pensare bene degli altri, a priori, che
"condannarli" in anticipo. Ma la realtà storica è più complessa.
Salgari aveva capito alcune cose dell’India,
che Gandhi
col suo "carisma" fece dimenticare. Esistono però precedenti
positivi, ricchi, a cui fare riferimento. L’incontro tra i due
"mondi", quello indiano e quello occidentale, quello induista e quello
cristiano, ha conosciuto momenti di grande felicità: non si parla di
"sintesi", ma di "dialogo", non di "fusione" ma di
reciproco "abbraccio", come si abbracciano due esseri diversi ma
spinti dallo stesso "impulso". Uno di questi momenti è non a caso
espresso nell’opera di un poeta, il più famoso dell’India
"moderna", e suona quasi naturale che la poesia si faccia carico della
"coincidenza" degli opposti, dell’accostamento altrimenti arduo se
non impossibile, del "bacio" che supera le distinzioni che il pensiero
astratto tende, necessariamente, a ribadire. Rabindranath
Tagore (1861-1941)
fu un grande poeta, uno scrittore e pensatore "versatile" e completo,
un "mistico" capace di una visione "monoteista" e
"riformista" nell’orizzonte dell’induismo, nel quale espresse una
forma di poesia amorosa di straordinaria "effusività". "Premio
Nobel per la Letteratura" nel 1913, leggendario "lirico" d’amore
e natura, autore di Saggi su "Dante e Beatrice", "Petrarca e
Laura", Tagore entra nel cuore della "lirica" d’amore
occidentale e ne sviluppa le profonde implicazioni "mistiche". Il
grande "cosmo" dell’eternità induista vibra di passioni attinte
tanto a quella tradizione spirituale quanto al nostro patrimonio occidentale. Il
grande "storico delle religioni" Mircea Eliade, nel primo viaggio che
lo portò ai misteri e alle conoscenze dell’India, chiese a Tagore che cosa
quel mondo poteva insegnare a noi, e il poeta rispose che poteva aiutarci a
capire come vivere, come opporsi alla morte. L’India poteva insegnare una
"via", non una "verità". Così, il poeta che aveva
accanitamente studiato i versi inglesi di Shelley e Keats, e che sarebbe stato
amato e pubblicato dall’irlandese W. B. Yeats, riassumeva un incontro tra due
"mondi" nella semplicità "inarrivabile" della poesia: la
suprema espressione umana della necessità di amore. La tradizione indiana,
dominata dalla percezione dell’"immateriale", e quella cristiana,
segnata dall’"incarnazione", si fondono nei suoi versi in un
ulteriore, felice "paradosso": «Di fronte si stende l’oceano di
pace. / O timoniere, salpa verso l’alto mare, / Tu sarai il mio eterno
compagno. / Prendi, prendimi nelle tue braccia. / La stella polare brillerà /
Illuminando il sentiero verso l’Eternità. / Possano i legami terreni
sciogliersi, / Il possente Universo prendermi fra le sue braccia, / E io venga a
conoscere senza timore / Il Grande Ignoto». È difficile percepire in questa
poesia di "commiato" dalla vita terrena uno "spirito"
esclusivamente induista: impossibile non cogliere nel "timoniere" una
presenza "cristica", che fu "incarnata", lontana dal potere
"svuotante" di un "nulla" assoluto. Il riferimento a Cristo
dell’induista Tagore non è "metaforico", "allusivo", ma
diretto: «Tra coloro che hanno una risposta per le domande più segrete del
nostro spirito c’è Gesù Cristo. Egli ha detto: "Io sono il Figlio. Il
Padre si riconosce nel Figlio". Non c’è solo scambio di rapporti tra il
Padre e il Figlio, ma manifestazione di Spirito dal Padre e dal Figlio. Cristo
ha detto: "Egli è in me". Così come gli innamorati possono dire:
"Tra noi non c’è separazione"».
Straordinarie "affinità" con un altro grande poeta del nostro tempo.
Mario Luzi,
occidentale e cattolico, che trovò nell’induismo e nell’India forti temi di
riflessione e di ispirazione "mistica". Di fronte a ogni morto, in
India, in questi giorni, domandiamoci se la poesia sia – come ci insegnano
scuola, "mass media" e "cultura televisiva" – un
"optional", o qualcosa di potenzialmente simile a una
"medicina".