Olivier Clément:
![]()
l’"ateo" che pose Cristo nei "vuoti" del ’900
Roberto
Mussapi
("Avvenire",
20/1/’09)
La Pasqua, la gioia della
«"Resurrezione" come emanazione di Colui che ha vinto la morte, di un
"Essere vivo" e di uomini che in lui sono chiamati a vivere per
davvero».
Difficile riassumere in poche righe il pensiero di un uomo importante,
fondamentale per l’Occidente del "Novecento", come Olivier
Clément. Ma dalla
centralità della Pasqua, sulla piena vita della "Resurrezione", si
articola un’opera spirituale, teologica e filosofica che si pone come uno dei
"monumenti" contrapposti al "nichilismo" dominante, anche se
non in forma assoluta, nel "Secolo" appena trascorso. Il pensiero di
Clément – scomparso pochi giorni fa a Parigi, senza che la "stampa
italiana" se ne sia accorta – si esprime in forma più affine alla
"lirica profetica" che alla "trattazione sistematica" dei
filosofi tradizionali; il suo stile ha la velocità cangiante della
"retorica" di San
Paolo, immerso
"caravaggescamente" nella vitalità della carne. Al
"nichilismo" dominante Clément non risponde con una
"confutazione", ma con l’evidenza, andando ad attingere alla nostra
emotività profonda, quella che fa sperare anche contro ogni logica, quella che
a volte definiamo – peraltro correttamente – «istinto di sopravvivenza».
Credo, sperando di non far torto al suo pensiero, che egli indicasse la
"scaturigine" di quell’istinto, che in una sfera meno immediata e
concreta si definisce "speranza" e che nell’esperienza di tutti gli
uomini abitati dalla immaginazione ha la forza di un’"epifania". Non
a caso la sua proclamazione di un "sì" alla vita, dal versante del
cristianesimo d’Oriente, in "dialogo" serrato e amoroso con gli
altri, nasce dalla "conversione" di un intellettuale "ateo",
dalla visione negativa del mondo, ma di una "negatività" accesa,
inquieta, tormentata, "inappagata". Clément fonde la lezione dei
"Padri della Chiesa" con gli interrogativi più profondi del pensiero
contemporaneo, risponde all’angosciosa rappresentazione dei poeti più
consapevoli della "crisi", agli «uomini vuoti» di Eliot, «l’età
dell’ansia» di Auden, con l’evidenza creaturale e miracolosa della presenza
del "divino" del mondo. Ricordava di domandarsi, da giovane
intellettuale "non credente", come potesse sorgere dalla cieca
"materia" la luminosa bellezza del mondo, se non vi fosse altro a
generare tale "prodigio". Domanda elementare, si potrebbe obiettare.
Certo. La stessa che in termini negativi si poneva Leopardi, e in forma invece
molto vicina a quella di Clément i "pre-socratici", domanda da cui
nasce l’"inno alla vita" di Mario Luzi. Il "dialogo" tra
le Chiese, di cui il teologo "ortodosso" è stato un esponente di fondamentale
importanza, è quindi conseguenza di questa visione "amorosa" del
mondo.
Vedeva in Giovanni
Paolo II «il
"profeta" capace di dire al mondo che il "nulla" non esiste». Sosteneva
che la grande "sventura" della nostra società è la paura. Paura di
tutti, aggiungeva. Paura come malattia. Perseguiva il "dialogo
interreligioso", a patto che ognuno rimanesse se stesso: essere se stessi e
cercare l’altro, simultaneamente. Vincere la paura, e, per l’Europa,
ritrovare la propria identità, fondata su tre principali elementi: «La
persona, la tecnica, la ricerca. Che poi sono Gerusalemme, Atene, Roma. I nostri
"retaggi"». Lesse il mondo attraverso la bellezza, fu lei a fargli
scoprire, del mondo, il "segreto". Di lì a Cristo, il suo passo ci
appare leggero e "fatale".
LIBRI DI OLIVIER CLÉMENT :