"CRISI ALIMENTARE"

RITAGLI     La finanza che affama il mondo     SEGUENTE

Speculazioni "ciniche" generano squilibri insostenibili a livello "globale".

Loretta Napoleoni*
("Mondo e Missione", Ottobre 2008)

Nel "villaggio globale" più di un miliardo di persone ha fame. Ad affamarli non sono carestie o disastri naturali, ma l’impennata dei prezzi alimentari dei mesi scorsi. Ad Haiti come al Cairo, la gente è scesa in piazza gridando «pane, pane», eppure i supermercati sono pieni di cibo, beni alimentari ormai fuori della loro portata. In India un milione di persone rischia di morire di fame, eppure il Paese è un esportatore netto di riso. Queste anomalie sono legate alla natura "canaglia" dell’economia mondiale, un’economia "neo-liberista" dove i mercati, e non i Governi, guidano il processo di "globalizzazione".
L’eccezionalità di questa crisi non è legata a fattori strutturali: crescita della domanda alimentare in Asia; dipendenza dei Paesi in via di sviluppo dall’importazione alimentare; carestia in Australia ed aumento della produzione di "bio-energia": ma alla "speculazione alimentare" sul mercato a termine, un mercato nato per proteggere produttori e consumatori dal rischio delle fluttuazioni dei prezzi, dei tassi di cambio e d’interesse.
All’indomani dell’11 Settembre, le aspettative degli operatori finanziari, non squilibri tra domanda ed offerta, "pompano" i prezzi delle materie prime. I mercati finanziari reagiscono male alla guerra al terrorismo ed il dollaro perde quota mentre il petrolio, allora a soli 18 dollari al barile, inizia un’ascesa spettacolare che si ripercuote su tutte le materie prime. Questa spirale è guidata dalla "psicosi" dei mercati piuttosto che dai fondamentali di economia: i mercati non si fidano di Bush e delle sue politiche e temono che si verifichi un attacco terrorista al terminale di "Ras Tanura", da dove parte l’80% dell’esportazione saudita. I paesi produttori di petrolio, che vengono pagati in dollari, incoraggiano l’ascesa dei prezzi per compensare la perdita legata al "deprezzamento" del "biglietto verde". Allo stesso tempo, più sale il petrolio più salgono i costi di produzione agricola.
È contro questo scenario che parte la speculazione; il motivo è semplice: scommettere sui prezzi futuri è facile perché prevedibile. Dalle grandi banche ai fondi d’investimento, agli "headge funds", fiumi di denaro si incanalano nei contratti a termine. Si scommette sul "deprezzamento" del dollaro e l’aumento del prezzo del petrolio. Un contratto a termine è una specie di assicurazione: gli agricoltori acquistano sementi o vendono grano a tre o sei mesi ad un prezzo stabilito per evitare perdite dovute ai cambiamenti dei prezzi. Le "multinazionali" alimentari, come "Kraft" e "Nabisco", acquistano prodotti a termine per gli stessi motivi. Alla scadenza dei contratti avviene la "compra-vendita".
Gli speculatori invece non vendono né comprano nulla, ma guadagnano dalle fluttuazioni dei prezzi dei contratti, che vengono trattati come azioni o obbligazioni attraverso indici che ne riassumono le quotazioni; possono quindi essere scambiati nel mercato secondario prima che maturino e rinnovati prima della scadenza. Il processo di "roll-over", ossia il rinnovamento del contratto, è dunque la chiave di volta dei guadagni. In un mercato dove i prezzi salgono, un contratto d’acquisto di grano stipulato a Gennaio del 2007 per 3 mesi, non solo aumenta di valore ogni volta che il prezzo del grano sale, ma può essere rinnovato all’infinito. La corsa all’acquisto di questi contratti fa gravitare le quotazioni delle merci perché sale la domanda, ma non crea scarsità, dal momento che i contratti di "compra-vendita" non vengono mai esercitati e le merci mai scambiate. Ecco spiegata l’anomalia di una "crisi alimentare" in un mondo dove c’è abbondanza di cibo per tutti.  
Fino al 2000 esistevano restrizioni all’utilizzo del mercato a termine per scopi speculativi, per evitare manipolazioni e squilibri come quello attuale. Ma una legge "neo-liberista" le abolisce e cosi facendo apre le porte agli speculatori. Ed ecco i dati presentati al "Congresso" americano da Michael Master, "manager" di un "headge fund": la speculazione è passata da 13 miliardi di dollari nel 2003 a 260 miliardi nel 2008; ad Aprile di quest’anno ammontava al 35 per cento di tutti i contratti a termine di mais, al 42 per cento di quelli dei semi di soia e al 64 dei quelli di grano. Nel 2001 queste percentuali erano tutte sotto il 10 per cento.
Ad affamare il mondo è il "tarlo" del denaro, il desiderio di moltiplicarlo a qualsiasi costo: questo è il motore del mercato "neo-liberista".

* Economista, da Londra