ECONOMIA CINESE

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L’unica speranza per sopravvivere al "ciclone"
è che l’"economia cinese" riesca a sostenere i "mercati locali".

Loretta Napoleoni*
("Mondo e Missione", Marzo 2009)

In America, le zampe di gallina costano 2 centesimi; in Cina, dove sono considerate una "leccornia", si è disposti a pagarle 55. Così "Tyson", la "multinazionale alimentare" che ha prodotto questi dati, esporta zampe di gallina dagli Stati Uniti in Cina, intascando lauti profitti. È una "metafora" illuminante dei rapporti commerciali tra i due Paesi, un "connubio" economico e finanziario che però sta per infrangersi.
Subito dopo l’elezione presidenziale, Tim Geithner, l’uomo che
Barack Obama ha messo alla Presidenza del "Tesoro", dichiara davanti al "Congresso" che la Cina manipola il "tasso di cambio". Un’affermazione che potrebbe scatenare le ire di Pechino e raffreddare addirittura le "relazioni diplomatiche" tra i due Paesi. Cosa c’è di vero dietro quest’accusa? Da anni gli Stati Uniti esercitano pressioni sulla Cina affinché rivaluti la sua moneta, e da anni Pechino fa "orecchie da mercante". Fino a due anni fa il "renminbi" era agganciato al dollaro e quindi si muoveva nella stessa direzione. Da allora i cinesi hanno usato le ingenti "riserve" di dollari per mantenere la moneta debole rispetto a dollaro e monete europee, uno "stratagemma" che facilita le "esportazioni", specialmente negli Stati Uniti, il maggior "importatore" dei loro prodotti.
Gli americani non sono i soli che spingono per una rivalutazione del "renminbi"; anche i "Paesi Europei" – che per anni hanno sostenuto le "importazioni" a buon mercato cinesi – adesso che devono fronteggiare una severa "recessione" vorrebbero che i prezzi in "euro" di questi prodotti aumentassero. Ma per la Cina e l’
Asia la rivalutazione sarebbe un errore. L’economia asiatica – già sopravvissuta alla "crisi" del 1998 – da allora ha sviluppato una dipendenza pericolosa dal "consumismo occidentale": il 47 per cento della "produzione asiatica" finisce in Occidente (era il 37 per cento solo 10 anni fa).
L’unica speranza per sopravvivere al "tifone recessivo" è che l’economia cinese riesca in qualche modo a sostenere i "mercati asiatici". Anche le economie fino ad oggi di punta come Giappone, Singapore e Corea del Sud si trovano in gravissime difficoltà. A Dicembre, in Giappone, dove la crescita è legata a filo doppio all’"esportazione", le vendite all’estero sono scese del 35 per cento e grandi "multinazionali" come la "Sony" si trovano a dover fronteggiare grosse perdite con inevitabili conseguenze sull’occupazione. In Corea del Sud, la produzione è scesa del 5,6 per cento durante l’ultimo trimestre del 2008. Poche settimane fa, Singapore ha lanciato un "piano di salvataggio economico" da 13 miliardi di dollari per evitare il peggio. E infatti le previsioni per il 2009 parlano di una "contrazione" dell’economia del 5 per cento, dopo il "+7" del 2007. La severità della "contrazione" è legata al ruolo chiave che il settore finanziario – da dove è partita la "crisi" – svolge a Singapore.
L’economia cinese è anch’essa nell’occhio del "ciclone" ma ha più possibilità di sopravvivenza. Già un anno fa il Governo ha cercato di smorzare la "crescita" che rischiava di sfuggirgli di mano e trascinare il Paese nell’"inflazione". Da un "tasso" del 13 per cento è scesa al 7 per cento nell’ultimo trimestre del 2008. Le misure "anti-congiunturali" includono uno "stimolo governativo" pari a 800 miliardi di dollari lanciato a Dicembre. E infatti le banche stanno prestando soldi; il che vuol dire che i "fondi governativi" stanno filtrando attraverso il "sistema bancario" e da lì nell’economia "reale". Paradossalmente questo "fiume di denaro" arriva dal "Partito Comunista Cinese", definito da uno "stratega" americano «l’istituzione più "liquida" del mondo». Ma i "paradossi" non finiscono qui: Stati Uniti ed Europa non possono alzare "tariffe doganali" contro l’"importazione" cinese perché la Cina è membro della "World Trade Organization" ("Wto"). A farcela entrare, schierandosi contro l’"opposizione" di chi denunciava gli abusi dei "diritti umani" del "Partito Comunista", sono stati proprio gli "Usa".

* Economista, da Londra