ECONOMIA MONDIALE

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Il mercato sta trasformando la democrazia "cibernetica"
in una riproduzione del divario "Nord-Sud".

Loretta Napoleoni*
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2009)

"Face-book", "YouTube", "MySpace"... Tutte queste comunità "virtuali" stanno crescendo a ritmi sostenuti nei Paesi in via di sviluppo. Appena ci si collega al "web", la gente vuole entrare a far parte di questi gruppi. A guidarla è la curiosità verso un mondo, quello dei Paesi ricchi, che molti considerano da sogno, ma anche il bisogno di interagire con chi condivide lo stesso destino, ai margini del «favoloso» Occidente. Che le comunità "virtuali" siano più democratiche di quelle vere e il "web" offra a tutti l'opportunità di fare il grande salto verso un mondo più "equo e solidale" è però un'illusione. Le leggi del mercato stanno infatti trasformando la democrazia "cibernetica" nell'ennesima riproduzione del divario tra "Nord" e "Sud".
In realtà, chi pensa che il "web" sia democratico anche in Occidente si sbaglia; dietro "Face-book" e "YouTube" c'è la potente macchina pubblicitaria occidentale. L'accesso è gratis perché l'occhio cade quasi naturalmente sulla colonna di destra, dove scorrono le pubblicità, pagate a caro prezzo. Il "consumismo" sfrenato dei Paesi ricchi paga i costi delle "broad-band", gli spazzi "cibernetici", dove chi fa parte delle comunità "virtuali" parcheggia foto e video, partecipa a "blog", firma petizioni, assiste ad assemblee, tutto ciò che una comunità fa per comunicare con se stessa. Il "consumismo" sfrenato genera anche profitti e la riprova sono gli assegni miliardari che i creatori di "Face-book" o "YouTube" hanno intascato, vendendo la loro comunità ai giganti come "Microsoft" e "Google".
Nei Paesi in via di sviluppo la situazione è completamente diversa. Gli
"Internet Cafè" sono sempre pieni di gente affamata di relazioni sociali "cibernetiche". E questa è gente principalmente povera, giovani e vecchi che non possono permettersi nessuno di quei prodotti che come "stelle cadenti" attraversano le strisce pubblicitarie. Molti neppure se ne accorgono, tanto sono presi dall'emozione di comunicare con un mondo lontano mille miglia. Ma questo divertimento costa molto ai "server" utilizzati dalle comunità "virtuali". L'idea che l'accesso a "Internet" sia gratis è uno dei tanti miti metropolitani del "villaggio globale".
La legge di mercato ormai frena l'espansione globale delle comunità "virtuali". E già molte selezionano i Paesi membri. L'anno scorso, "Veoh", una società californiana di "video-sharing", condivisione di video, ha chiuso l'accesso ai Paesi africani, asiatici, dell'America Latina e dell'Europa dell'Est. Gli costava troppo mantenere le "broad-band" in questi angoli poveri di mondo. Cambia quindi il modello di sviluppo delle società che operano sul "web". Fino a poco tempo fa, questo poggiava sulla massima divulgazione attraverso l'accesso gratis a un servizio di utilità pubblica, quale appunto le comunità "virtuali". Chi pagava erano le società pubblicitarie. Ma questo paradigma non funziona più. Anche se un miliardo e mezzo di persone hanno libero accesso a "Internet", solo la metà ha un reddito sufficientemente elevato per rispondere positivamente ai messaggi pubblicitari. E la conferma ce l'abbiamo da "YouTube", uno dei siti più popolari al mondo. Un'analisi di mercato, condotta da "Credit Suisse", mostra che nel 2009 la società potrebbe perdere 470 milioni di dollari in parte a causa dell'alto costo rappresentato dall'accesso in Paesi in via di sviluppo. "Google", proprietario di "YouTube", ha contestato queste previsioni, ma non ha prodotto proiezioni migliori.
Il paradosso "cibernetico" è la grande popolarità che le comunità "virtuali" stanno riscontrando nei Paesi poveri, dove molto probabilmente ce n'è un vero bisogno, e la tendenza di chi le guida a restringere l'accesso. La soluzione? Far pagare ai Paesi ricchi le "broad-band" di quelli poveri. Ma se così fosse, allora, il "web" frantumerebbe anche le leggi del mercato. Un sogno che molti pensano sia irrealizzabile.

* Economista, da Londra