MALATI "TERMINALI"

RITAGLI     Dott. Zaninetta: «Valorizzare la persona»     DOCUMENTI

Lo specialista di cure "palliative":
«Va favorito un giusto "equilibrio" tra verità e speranza».

Da Milano, Enrico Negrotti
("Avvenire", 21/10/’08)

«Abbiamo il compito di trovare sempre un "equilibrio" tra la verità e la speranza, senza far cadere il malato né nell’angoscia né nell’illusione. Certamente il rapporto tra medico e paziente deve essere all’insegna della collaborazione e senza "prevaricazioni", non dimenticando che oltre la malattia c’è sempre una persona». Giovanni Zaninetta, Direttore medico dell’"Hospice Domus Salutis" di Brescia e presidente della "Società Italiana Cure Palliative" ("Sicp"), legge il Messaggio di Benedetto XVI al "Congresso" della "Società Italiana di Chirurgia" dalla sua posizione di medico abituato a prendersi cura proprio di pazienti che, non avendo la prospettiva di guarire, devono comunque essere accuditi con attenzione e professionalità: «Se ci si sposta verso la guarigione, si rischia di sottovalutare le situazioni non "emendabili"».

Prendersi cura di pazienti senza la prospettiva di guarirli è il vostro compito quotidiano. Trova incoraggianti le parole del Papa?

Chi si occupa dei nostri malati punta a valorizzare al massimo la persona nonostante la malattia. Le cure "palliative" non dimenticano che la medicina si occupa della persona malata con una visione anche "tecnica": non sono solo tengono la mano del malato (che pure talora serve), ma comprendono anche un "corpus" di cognizioni scientifiche, cui cercano di aggiungere un’attenzione alla vita "biografica" del malato in tutta la sua individualità. L’approccio al paziente non può che essere "globale".

Nel rapporto tra medico e paziente, il Pontefice chiede di instaurare una «vera» "alleanza terapeutica": nel rispetto della verità, sostenere la speranza. E sottolinea il grande "influsso" che il medico ha sul paziente. Cresce la vostra responsabilità?

Il medico deve cercare un "equilibrio" tra verità e speranza in cui accompagnare il paziente: è un percorso difficile e tortuoso, ma possibile, che sta tra il "precipizio" dell’angoscia e quello dell’illusione. Dobbiamo percorrere col malato questa strada "stretta". In un rapporto equilibrato, si danno informazioni realistiche che diano ragioni di speranza, anche limitate. Io non prometterò la guarigione, ma di togliere il dolore, di far riposare. La vera "alleanza terapeutica" è quella che mette su un piano di collaborazione il medico e il paziente senza "prevaricazione" di una parte sull’altra. È pericoloso infatti sia che l’autonomia sia considerata l’unico valore, sia che il "paternalismo" medico prenda il sopravvento. Il rapporto tra medico e paziente è di partenza "asimmetrico": uno è in piedi e l’altro è sdraiato. Ma occorre confrontarsi il più possibile in modo "paritetico" rispetto a ciò che è il bene del paziente. Direi che forse si potrebbe parlare di "paternalismo" debole, cioè farsi carico del paziente senza "sovrastarlo": l’unico motivo per cui è lecito a un uomo "sovrastarne" un altro è per metterlo in piedi.

Il rischio dell’abuso di "tecnologia", di un paziente «cosificato», forse non tocca il "palliativista", ma il chirurgo sì. Come lo si evita?

Sono un anestesista e posso quindi capire che il richiamo di tutto il Discorso è particolarmente incisivo perché è rivolto ai chirurghi. È chiaro che il chirurgo più di altri si misura con risultati concreti, e quindi corre maggiormente il rischio di abbandonare il paziente quando non ha una soluzione chirurgica da proporre. Ma è evidente che dove finisce il lavoro del chirurgo, inizia quello di altri medici. Il compito è quello di accompagnare sempre il malato, senza soluzioni di continuità. Non far prevalere la "tecnologia" è un discorso acquisito in medicina. Certo ci sono problemi organizzativi nella «macchina» sanitaria, ma il problema vero è aggiungere qualcosa alla "tecnica", non di togliere.