Cultura
- I missionari alla scoperta dell’anima cinese
Una lunga storia di
incontri
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La presenza
cristiana nel «Regno di mezzo»
è segnata da un dialogo non sempre riuscito con la sapienza cinese.
Dalle esperienze del passato una bussola per il futuro.
Matteo
Nicolini-Zani
("Mondo e
Missione", Agosto-Settembre ’07)
Riportiamo ampi stralci della relazione tenuta dall’autore il 18 ottobre 2006, presso il "Centro missionario Pime" di Milano, sul tema: «Una lunga storia di incontri: il missionario cristiano in dialogo con la cultura cinese».
Per la fede cristiana
l’incontro con il mondo religioso e culturale dell’Asia orientale ha sempre
costituito una grande sfida. Chi conosce gli eventi che hanno segnato la storia
delle missioni cristiane in Oriente ben sa della generale difficoltà da esse
incontrata nel confronto con tradizioni religiose antichissime e venerabili
(come l’induismo, il buddhismo e il taoismo), con sistemi culturali molto
articolati ed elaborati, con civiltà tra le più ricche, complesse e raffinate
dell’intera umanità, quali sono quelle dell’India, della Cina, del Giappone
e del sud-est asiatico.
Per quanto riguarda la Cina, in particolare, è possibile vedere come la storia
Quest’ultimo è l’approccio che vorrei seguire, accennando alle grandi
pagine e ai grandi personaggi della storia
L’intento è di verificare le pagine della storia
Il dialogo avviene soltanto nel momento in cui ciascuna delle due parti «esce»
da se stessa, «si apre» alla diversità che è l’alterità dell’altro, e
ha come conseguenza il «mutamento» dei soggetti, il loro «cambiamento», la
loro «trasformazione». Dall’incontro non si esce mai restando uguali a come
si era prima di esso. Attraverso il dialogo e come effetto del dialogo si ha
sempre un’apertura di orizzonti: la mia visione dell’altro e del mondo va in
crisi, e attraverso questa crisi si dilata. Muta il mio pensiero, muta la mia
“ermeneutica”, cioè la mia modalità di interpretazione della realtà.
Nel nostro caso uno dei due “partner” del dialogo è
Una direzione possibile di tale dialogo, scindibile dall’altra soltanto
teoricamente, è quella del missionario cristiano (nella totalità dei casi
occidentale per nascita e cultura, almeno fino a pochi anni fa) «verso» il
mondo cinese. Tralascio, dunque, il movimento contrario: il cinese (orientale
per nascita e cultura) verso la fede cristiana e il suo «sistema» di valori.
Anche se nelle nostre considerazioni culturali e storiografiche sempre più
dovremo in futuro imparare a leggere i due movimenti insieme, forse addirittura
arrivando a privilegiare il secondo, quello dell’«altro» verso il
cristianesimo.
La porta di accesso al dialogo tra
Tra gli episodi della storia
Come non pensare così immediatamente a Matteo Ricci, che scelse la «via
dell’amicizia» come primo segno di disponibilità da mostrare al popolo
cinese? Scrivendo il suo “Trattato sull’amicizia” (“Jiaoyou lun”,
1595) come sua opera inaugurale in cinese, è come se offrisse ai cinesi una
carta d’identità, sua e del cristianesimo che portava ai cinesi. Amicizia,
stima e fiducia reciproca erano per Ricci, come per altri missionari dopo di
lui, il terreno di incontro umano in cui anche il seme del Vangelo avrebbe
potuto nascere e dare frutto.
Forse più che con altre culture, anche asiatiche, questo primo terreno di
incontro tra cristianesimo e cultura cinese, a livello umano, appare
particolarmente fecondo, poiché ciò che più caratterizza la cultura cinese è
il suo profondo umanesimo, la sua ricca riflessione sapienziale sull’uomo (si
pensi soltanto all’opera di Confucio o a quella di Mencio, ad esempio). Allora
Secondo elemento, o tappa del dialogo, è la disponibilità, la docilità a
lasciarsi trasformare, a mutare, fino ad assumere i modi e le forme di quell’alterità
che si fa prossima.
Elencando le qualità richieste al buon missionario in Cina, così scrive il
padre gesuita Emeric Langlois de Chavagnac al confratello Le Gobien nel 1701: «Per
prima cosa, occorrono persone decise, per l’amore di Gesù Cristo, a tutto
tollerare e a trasformarsi in uomini completamente nuovi, non solo in virtù del
cambiamento di clima, di abbigliamento e di cibi, ma più ancora in virtù dei
modi interamente opposti agli usi e al carattere della nazione francese. Chi non
ha questa capacità, o non vuole sforzarsi di conquistarla, non deve neppure
pensare di venire in Cina».
Questo atteggiamento umano divenne per i gesuiti anche un metodo missionario,
noto come «adattamento» o «accomodamento». In questo senso è tanto
eloquente far scorrere le testimonianze fotografiche giunte fino a noi, ad
esempio, le meravigliose fotografie scattate a inizio Novecento dal missionario
del Pime Leone Nani, che ritraggono i missionari in Cina divenuti cinesi nelle
forme esteriori: nel vestire, nel mangiare, nel parlare, nel muoversi... Ma
penso anche alle testimonianze scritte (i diari e le lettere, soprattutto), in
cui alcuni missionari si rileggono e raccontano le proprie trasformazioni
interiori.
Una trasformazione che non può che avvenire nel più ampio spazio dell’amore
preveniente che il missionario porta in sé nei confronti degli uomini cui è
inviato, tentando di essere volto dell’amore salvifico di Cristo. Padre
Organtino Gnecchi Soldi (1532-1609), missionario gesuita
Accettando e facendo proprio questo atteggiamento esteriore e interiore, diversi
missionari hanno potuto davvero penetrare le
Il missionario cristiano è chiamato a lasciarsi trasformare, a permettere che
l’alterità cui si fa prossimo muti le proprie forme espressive esteriori e
interiori. Questo lo avvicina a quella che è la terza tappa, o il terzo livello
del dialogo, dell’incontro. L’accoglienza, all’interno della propria
personale visione della realtà, del punto di vista dell’altro, dello sguardo
e del pensiero dell’altro, resta il punto di arrivo mai raggiunto, cui sempre
tendere; non in una «fusionalità» in cui l’altro si confonde con me ed è
annesso al mio pensiero, ma in una reciproca ospitalità e accoglienza, che ha
come fine la vera, profonda comprensione delle ragioni dell’altro. Come ha
scritto Louis Massignon: «Per comprendere l’altro, non bisogna annettere
l’altro a sé, ma divenirne l’ospite».
Siamo dunque al piano più profondo dell’esperienza dell’incontro e del
dialogo, in cui il pensiero stesso dell’altro non è più estraneo, nella
fattispecie il pensiero cinese. Evidentemente, questa meta non può che essere
raggiunta se non attraverso un percorso di tutta una vita segnata
dall’apertura e dall’ascolto dell’altro, di incontro in incontro, di
dialogo in dialogo.
Il missionario cristiano che, attraverso questo percorso, è uscito da sé e si
è lasciato permeare dal «mondo umano cinese», si troverà già naturalmente
immerso anche nel «mondo spirituale cinese», essendo realtà umana e
spirituale intrinsecamente connesse. Per «spiritualità cinese» si intende
quell’ampio spazio in cui sono racchiuse tutte le relazioni dell’uomo cinese
con le realtà terrene e ultraterrene, al cui interno vi sono anche le credenze
religiose.
Fra i tanti esempi che si potrebbero citare a questo proposito, vorrei soltanto
ricordare l’esperienza di ascolto della spiritualità orientale vissuta dal
padre Teilhard de Chardin (che non sappiamo però attraverso quali letture sia
passata), da lui accennata in vari passaggi del suo epistolario, e anche
descritta in modo più sistematico in due saggi: “La route de l’Ouest”
(“La strada dell’Occidente”, 1932), in cui paragona la mistica orientale
alla mistica occidentale, e “L’apport spirituel de l’Extrême Orient”
(“L’apporto spirituale dell’Estremo Oriente”, 1947). Sintetizzando, il
padre Teilhard sentì la spiritualità orientale - quella cinese in particolare
- a lui vicina, e la accolse, la ospitò senza timore nel proprio pensiero
teologico cristiano, recependone in particolare alcune direttrici.
Innanzitutto, l’ampiezza e la vastità dell’orizzonte del pensiero
orientale. Fin dai suoi primi anni in Cina, il pensiero di Teilhard viene come
dilatato dalla “multiforme” alterità del pensiero orientale, le cui forme
rivelano una tale esuberanza di «possibilità» nella filosofia, nella mistica
e nella morale umane, che non ci si può affatto rappresentare un’umanità
interamente e definitivamente racchiusa nell’angusta rete di precetti e di
dogmi entro i quali alcuni si immaginano di aver sviluppato tutta l’ampiezza
del cristianesimo.
In secondo luogo, la riflessione filosofica cinese sull’uomo. Del pensiero
cinese antico, soprattutto della scuola confuciana, Teilhard de Chardin ritenne
«un gusto persistente, e alla fine sempre vittorioso, dell’Uomo e della Terra».
Nel saggio, “L’apport spirituel de l’Extrême Orient”, ripete la stessa
convinzione: «Se è possibile e permesso condensare in una secca formula
l’esuberante realtà diffusa in tremila anni di virtù, di arte e di poesia,
non si potrebbe, non si dovrebbe forse dire che ciò che caratterizza l’anima
della vecchia Cina è il gusto, molto più che la fede, nell’uomo?».
In terzo luogo, la riflessione, soprattutto taoista, sull’armonia cosmica e il
costante divenire cosmico, fondato sulla dualità dinamica di “yin” e “yang”,
e la sua tensione verso l’Unità. «La grandezza incomparabile delle religioni
dell’Oriente - scrive Teilhard - è quella di aver vibrato come nessun’altra
della passione per l’Unità». Infine, la speculazione filosofica (mistica)
buddhista. Teilhard pare sia stato sedotto soprattutto dalla scuola buddhista
della “Terra Pura” (“amidismo”); su questo si confrontò anche con il
confratello Henri de Lubac, conoscitore e studioso di questa scuola. Da ciò che
possiamo intendere dai suoi scritti, Teilhard fu particolarmente affascinato
dalle elaborazioni filosofiche del buddhismo antico.
Padre Jacques Leclerc, un prete cattolico francese che ha vissuto per un certo
periodo in Cina in tempi più recenti, conferma questo piano più profondo
dell’esperienza dell’incontro e del dialogo. Scrive Leclerc nella sua
autobiografia spirituale: «Ecco la ragione più importante della mia vita in
Cina: lasciar crescere (in me) l’uomo spirituale. L’uomo non è spirituale
se non nell’alterità, nell’ospitalità. I cinesi sono un’alterità molto
esigente. Essi mi danno la possibilità di diventare quest’uomo nella sua
umanità spogliata, in cammino, affamata, svuotata, e autentica... in una
parola, l’uomo spirituale».