Il fascino del Frate di Pietrelcina

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SAN PIO DA PIETRELCINA (1887-1968).

Raffaele Nigro
("Avvenire", 24/4/’08)

Non finisce di stupirci il richiamo che Padre Pio continua ad esercitare su pellegrini, fedeli, gente bisognosa di miracoli o forse soltanto di quiete e di certezze. San Giovanni Rotondo, proprio con le polemiche che ha suscitato il trasferimento del corpo del Santo, la sua "esposizione", ha "rinverdito" gli interessi che un tempo suscitavano nel mondo il Gargano, la "montagna sacra" e il Santuario dell’Arcangelo Michele. Perché una figura contadina come Padre Pio, un anziano, un Frate, in tempi di "giovanilismo" e di "laicismo" effervescenti suscita tanti entusiasmi e tanto coinvolgimento emotivo?
Perché in Padre Pio si raccolgono molte "simbologie". La grande "mistica" francescana e cappuccina che fa appello alla povertà e a una radice sociale "contadina" e di umiltà, elementi fondamentali in un tempo in cui si sono smarriti tutti i valori della tradizione. L’esaltazione della condotta etica e dell’esemplarità, la scelta del silenzio di fronte a una sfacciata superficialità in cui tutto è portato in piazza in ragione del successo e dell’"autopromozione". Tutto questo va a innestarsi sul bisogno di "sacro" come "contraltare" a una stagione in cui era morta ogni istanza "metafisica" ed esplodevano "nichilismo ateo" e "nichilismo indifferente".
Ma volete mettere quanto conti agli occhi della gente, non soltanto quella semplice, l’autenticità di fronte a tempi così falsi e violenti e la serietà e l’impegno umano di fronte al vuoto assoluto e alle ragioni del denaro e dell’utile? Negli anni sessanta
Papa Giovanni XXIII impose la sua dolcezza "contadina": era un padre o un nonno che mandava saluti ai bambini, visitava malati e carcerati. E quanto ci ha esaltato immediatamente dopo la figura di Suor Teresa di Calcutta, che aveva abbandonato la civiltà per dedicarsi ai disperati e ai corpi "ulcerati"? Per non dire di Giovanni Paolo II, nella veste di "pellegrino" e di anziano sofferente.
In quegli anni Padre Pio si andava guadagnando un posto consistente nel cuore di tutti. Perché viveva in luoghi desolati e lontani dalla civiltà. Era circondato da una "leggenda" fatta di lotte coi diavoli, di fuga dalla mondanità, di "stimmate" che la ponderatezza della scienza e della Chiesa mettevano in dubbio. Era portatore di un fascino e di un mistero che catturavano le nostre attenzioni. Tutto questo si combinava a ragioni sociali profonde. Mentre la medicina faceva passi da gigante e la durata della vita si allungava, mentre il benessere ci faceva scoprire il gusto di vivere, volevamo difendere quel bene. Malattie difficili da sconfiggere minavano il tesoro della "longevità": la demenza senile, il cancro, le cardiopatie. È allora che ci si accorge di come neppure la medicina basti più, come non bastino più i depositi di beni alimentari nati attorno alle città, gli "ipermercati" del benessere e dei consumi. I luoghi della certezza economica e gastronomica. La difesa della sanità, del benessere fisico cerca altro, una mano "sovrannaturale" che aggiunga alla scienza quel tanto di "imponderabile" che non appartiene ai nostri poteri. E a concretizzare l’intervento del divino nell’umano c’è il sangue. Il sangue che è la "linfa vitale" degli animali e che mette paura solo a vederne sparso. Padre Pio, con le sue "stimmate", ha da sempre raffigurato l’icona di Cristo che sanguina. È il "martire", è l’icona dell’uomo che soffre ma che è visitato e salvato dall’infinito. È la "buca" di Sant’Agostino, nella quale si versa il mare. L’immagine del "sovrannaturale" esposta lì, sotto i nostri occhi, nel nostro tempo. L’immagine meravigliosa dell’incontro tra un Frate e Cristo, tra una creatura dell’"aldiqua" e il padrone della morte e della sanità. Una storia fantastica e "catartica", capace di stupirci e di darci speranza.