Il messaggio di Verona

RITAGLI   La spinta per una seconda fase   DOCUMENTI

Francesco Ognibene
("Avvenire", 21/10/’06)

«Da questa assemblea sale un'umile preghiera, che implica però anche un sincero proposito, affinché il primato di Dio sia il più possibile "visibile" e "palpabile" nell'esistenza concreta e quotidiana delle nostre persone e delle nostre comunità». Si sapeva già che il Convegno ecclesiale dovesse concludersi con un messaggio e con le sintesi dei grandi ambiti tematici su cui si è lavorato per oltre un anno. Ma forse i 2700 delegati non si aspettavano di sentirsi invitati dal cardinale Ruini a portare a casa da Verona anche un proposito. Uno, uno solo, ma definito con assoluta precisione in tutta l'eccezionale ampiezza dei suoi esiti lungo più di un'ora di discorso durante il quale il presidente dei vescovi ha toccato i punti forti che è andato svolgendo nei quasi undici anni dal Convegno di Palermo in qua, proiettandoli sul tratto di strada che ci si apre davanti.
Dai segnali che si succedono, è facile capire che non ci aspetta un viaggio confortevole. Ma il clima che si è respirato nell'aula dell'assemblea dice di un mondo cattolico che a forza di misurarsi con sfide di crescente impegno si sta facendo le spalle più robuste. E quando Ruini ricorda che "molto più preoccupante delle critiche" che "il nostro impegno pubblico porta con sé" sarebbe "quell'indifferenza sinonimo di irrilevanza", dalla platea parte uno degli applausi più convinti dei quaranta che punteggiano la relazione sempre in modo competente. Il confronto sui grandi "interrogativi intorno all'uomo" (la "questione antropologica" che si è imposta nell'agenda etica e culturale) è infatti "destinato a proseguire e a intensificarsi negli anni che ci attendono". Ruini avverte che si va appesantendo la tirannia di una certa lettura pragmatica della ragione, soffocata al punto da non sapersi muovere se non per calcolo matematico e deduzione empirica, così lasciando però insoddisfatta la sete di senso che urge in ogni persona.
Una risposta a tono non è però l'affannosa fortificazione delle mura difensive quanto piuttosto l'impegno per "allargare gli spazi della nostra razionalità", un'opera cui la Chiesa e i cattolici italiani "devono dedicarsi con fiducia e creatività". A Verona si sono raccolti i primi esiti tangibili del progetto culturale che iniziò a prendere corpo a Palermo, e da Verona quel progetto riparte per una seconda tappa ancor più necessaria ma insieme più consapevolmente vissuta della prima. Non si tratta oggi di difendersi né di contrattaccare, ma di essere "uomini toccati da Dio", come dice Ruini citando Ratzinger e poi Giovanni Paolo II, cristiani che avvertono il fascino e la concretezza di "quella misura alta della vita cristiana che è la santità". È qui che sta il vero "fondamentale" - come lo definisce il cardinale - "del nostro essere di cristiani". La misura della testimonianza non è il piccolo cabotaggio dell'arrabattarsi mettendo d'accordo coscienza e cultura del tempo ma il vigore del Risorto "speranza del mondo", capace di trasformare l'uomo dal più profondo. Capace di renderlo santo, persino: testimone ovunque, uomo all'altezza di sfide che diversamente avrebbe ritenuto fuori portata. "Io, ma non più io", secondo l'espressione di
Benedetto XVI nel suo discorso al Convegno, forse la più bella ascoltata in questi giorni.
Il tempo che si apre da oggi allora è quello di un nuovo discernimento - paziente e fermo, efficace e meditato, credibile perché opera di cristiani a tutto tondo - che sprigiona quella "testimonianza missionaria decisiva per il futuro del cristianesimo" di cui sono capaci cattolici di fede vera, formata, intrepida. "Il senso del nostro impegno di cattolici italiani - riassume alla fine Ruini - va a mantenere viva e possibilmente a potenziare quella riserva di energie morali di cui l'Italia ha bisogno". Perché ci sta a cuore il nostro Paese, tutto intero. Una passione che val bene un proposito.