IL FATTO

L’intervento dei vescovi sui Dico? Non solo legittimo ma doveroso.
Perché si sta discutendo di ciò che fonda la natura umana e la convivenza sociale.
E perché la Chiesa parla ai credenti ma ha a cuore i destini del Paese.

RITAGLI   Tonini: sono in gioco le radici dell'uomo   DOCUMENTI

«Giusto intervenire in un momento decisivo del nostro futuro».

Francesco Ognibene
("Avvenire", 1/4/’07)

La Nota Cei su famiglia e Dico? «Esemplare. Ci trovo il tono, la serietà e la profondità di chi si rende conto che siamo in un momento decisivo per il nostro futuro, e che in gioco ci sono le radici stesse dell'uomo». È netto il giudizio del cardinale Ersilio Tonini sul testo approvato mercoledì dal Consiglio permanente, e del quale apprezza motivazioni, argomenti e spirito: «Vedo la Chiesa voluta dal Concilio, capace di appassionarsi a tutto ciò che riguarda la persona facendolo proprio, incoraggiando i cristiani a non stare a guardare e chiedendosi se l'uomo sia ancora capace di assumersi la responsabilità di difendere la propria dignità».

Eminenza, è tanto insidioso il disegno di legge sui Dico da richiedere una risposta così ferma?

Mi pare preoccupante la posizione di chi minimizza la questione come se stessimo parlando di piccolezze. Costoro evidentemente non si rendono conto di ciò che è in discussione: stiamo toccando le fondamenta della società, non mi sembra proprio il caso di "lasciar fare", come se quello che si progetta fosse irrilevante. Questo atteggiamento denota ignoranza delle responsabilità: che altro è questo non rendersi conto che manomettendo la famiglia ci stiamo giocando il nostro futuro? La famiglia viene attaccata dalla cultura che a partire dagli anni Settanta ha preteso di affermare la libertà totale e una sessualità vista come sua espressione massima. Ma, come aveva profetizzato Michel Foucault, anche questa interpretazione della libertà si è poi rivelata come una nuova forma di alienazione.

Dunque secondo lei era necessario che i vescovi si esprimessero...

Insisto: sulla famiglia, così come sui grandi temi dell'ingegneria genetica o della "procreatica", e sul metodo che oggi ci diamo per affrontarli, si decide quello che saremo domani. I vescovi mostrano di esserne consapevoli e di avvertire la responsabilità che ne deriva.

E le polemiche sui toni della Nota?

Mi sembrano infondate. C'è nel testo una delicatezza, un ragionare pacato che non possono essere fraintesi. Nulla viene calato dall'alto, non si minaccia ma si riflette - e si invita a farlo - sulle verità di fondo della nostra esistenza. È su questi temi che si gioca il Vangelo. E in nome di quel Vangelo che è alle sorgenti della nostra stessa civiltà i vescovi sentono il dovere di parlare.

Cosa dice a chi contesta l'opportunità di questo intervento?

Non ci vedo proprio niente di strano: i vescovi hanno il dovere di illuminare le coscienze dei credenti, che altro devono fare? Un quotidiano ha scritto che i cattolici non avrebbero libertà... È una perversione voluta. Quello dei vescovi è un rivolgersi alle coscienze dei cattolici - i politici "in primis" - perché trovino il modo migliore per incarnare la loro fede. Non tocca certo alla Chiesa trovare formule e soluzioni. Avvertire i credenti della responsabilità che hanno in questo momento e su questo tema, invece, è un gesto da veri pastori.

Si è anche detto che così facendo i vescovi si sono intromessi nella politica italiana...

Ma è proprio la politica che sta toccando le fondamenta della vita! La Chiesa fa solo il suo dovere. Forse qualcuno dimentica che col nuovo Concordato la Repubblica riconosce il rilievo pubblico della religione cattolica e afferma che «i princìpi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano». Qui si fonda il diritto della Chiesa a pronunciarsi quando lo Stato mette mano a quei princìpi fondanti l'intera comunità. Invece vedo che si vorrebbe impedire alla Chiesa, in nome della laicità, di ricordare ai fedeli i valori che sono chiamati ad affermare. Strana laicità, questa... E dire che quando il Concordato venne firmato il Psi se ne fece vanto, e i repubblicani si rammaricarono che non fosse toccato a loro siglarli con il governo Spadolini, che era caduto. Lo spirito e la lettera di quello che per i laici di allora fu un grande evento forse oggi viene rinnegato?

Qualcuno le risponderebbe che si affermano nella società nuovi modelli di vita, e la Chiesa ne deve prendere atto...

Non abbiamo a che fare con un principio di fede, ma con una componente decisiva di quel «patrimonio storico» degli italiani citato nel Concordato. Nella famiglia confluisce l'energia della vita umana, uomo e donna vi trovano la loro ragion d'essere, al suo interno prendono corpo nuove vite, solo grazie a essa la società può rigenerarsi. La famiglia è il luogo del destino umano, vi si completa l'esistenza di ciascuno, in essa si rivela il senso dell'esistenza. È un bene di tutti perché custodisce l'incanto della vita, una certezza già propria della cultura classica.

A cosa si deve allora l'attacco alla Chiesa che, dopo la Nota, è tornato a farsi aspro?

Negli anni Sessanta fu teorizzata dai "decostruttivisti" francesi, in testa Jacques Derrida, l'idea che la famiglia fosse un'invenzione della Chiesa e che lo Stato laico avesse sbagliato a lasciarla fare. Un equivoco colossale, smentito dall'intera storia della nostra civiltà. Eppure è un'idea che in questi tempi vediamo riemergere e che viene integrata sostenendo che la Chiesa dovrebbe astenersi dal parlare. Ma la Chiesa parla ai membri della sua comunità. I partiti non fanno forse altrettanto? In quello che essa dice, però, c'è ben più delle istanze di una "parte": c'è il porsi il problema di quale visione dell'uomo sarà la base del nostro futuro. Dagli orientamenti legislativi sulle questioni chiave dipende tutto.

Altra obiezione ricorrente: chi crede nella famiglia è libero di continuare a pensarla così, ma non si opponga a progetti come i Dico. Cosa replica?

Ciascuno è libero di pensare e agire come crede, salvo rispondere alla propria coscienza. Ma ciò che fa un singolo non può essere indifferente per lo Stato, il cui interesse supremo è che ognuno possa nascere e crescere libero ma consapevole delle proprie responsabilità verso la comunità senza pretendere di veder riconosciuto tutto ciò che desidera. Se manca questa coscienza la società, in balìa dei desideri, va in pezzi.

Perché non riconoscere diritti a tutte le forme di condivisione o di affetto?

La coppia è cosa diversa dalla famiglia. Lo Stato riconosce diritti quando verifica che c'è la garanzia di un impegno per creare l'ambiente nel quale l'uomo e la donna, e i figli che potranno generare, sviluppino pienamente la loro personalità. E questo accade solo quando uomo e donna hanno deciso di appartenersi, superando la temporaneità del loro legame. Per questo il matrimonio è un atto di una "solennità" unica. Nel rispetto della libertà delle scelte, il requisito della stabilità della coppia resta decisivo.

E i giovani? Non è meglio lasciarli liberi di scegliere tra varie opzioni?

È giusto che lo Stato rispetti il diritto di fare ciò che si preferisce, ma senza assecondare la pretesa che qualsiasi coppia abbia lo stesso rilievo pubblico e le stesse prerogative della famiglia stabile aperta a figli che trovino nel padre e nella madre un modello di comunità per il loro futuro. È grave far credere ai giovani che, invece, è tutto equivalente, e non esiste un modello per realizzare la propria vita. La legge non può non indicare un riferimento ideale.