La mamma di Vanessa e la prospettiva del perdono

RITAGLI   Quel «mai» urlato in chiesa   DIARIO
chiede di essere capito

Francesco Ognibene
("Avvenire", 4/5/’07)

Viviamo un'epoca di parole usurate, che non sanno più portare il peso di quel che gli vorremmo far dire. Ed è paradossale che questo accada proprio mentre la cronaca accelera senza lasciarci tregua, pretendendo a ciclo continuo giudizi che tra tanta retorica non trovano più espressioni abbastanza capienti. Davanti a un omicidio come quello che si è consumato una settimana fa nella metropolitana di Roma - insensato, qualunque sia la dinamica che le indagini accerteranno - allora non si sa davvero a quale parola aggrapparsi, se soltanto si prova un istante a mettersi nei sentimenti di Rita, la madre di Vanessa, giovane vittima innocente di un incontro casuale con due ragazze quasi coetanee incrociate un giorno qualsiasi tra la folla.
Mondi lontanissimi che d'improvviso si sono trovati a collidere, per una frenata appena brusca del macchinista: la tranquilla impiegata sorridente delle foto sui giornali e le romene rese dure dalla vita, una di loro sul marciapiede per mantenere i figli in patria.
Cosa si può dire di questo apparente non senso che ha fatto irruzione nella vita di Vanessa per troncarla? Nel buio è istintivo cercare una mano cui afferrarsi: il prete amico di famiglia prova a darle il nome di "perdono", ma Rita non ce la fa a prenderla, e ai funerali - l'altroieri - urla un dolore che va oltre la figlia perduta in quel misterioso incrocio di strade, un giorno qualunque nel metrò di Roma. Nel suo "mai!" urlato nella chiesa stracolma di gente e di dolore c'è l'insostenibilità di un perdono del quale - il sacerdote amico ne è testimone - da credente conosce lo spessore, l'esigenza, il peso che bisogna saper portare. Il perdono non sta in tasca, si poggia sulle spalle al posto di una croce.
Rita forse sa che, se non si accontenta delle parole vuote che piacciono alle tivù, non può farsi sconti, che a una ferita inimmaginata può rispondere solo qualcosa di più grande. Non può dire "ti perdono" per chi le ha appena ucciso la figlia, non adesso, almeno. Ci vuole tempo, a questa madre piegata non si può chiedere di spendere una parola che potrebbe stupire i "mass media" ma che ora è immatura. Non è lecito a nessuno, invece, usare il suo dolore che non riesce a trovare l'uscita della riconciliazione per suggerire che non c'è altra via se non la vendetta, la separazione tra noi "buoni" e "loro" che hanno mostrato di saper uccidere. Si perdona per risanare un'ingiustizia, rovesciando le regole folli di un mondo dov'è possibile uccidere senza neppure accorgersene, per una spinta sul metrò e una parola di troppo, per il rispetto che si pretende d'improvviso, per stupidità, o perché non si conosce altro codice che uno spicciativo sbrigarsela da sé. Ma a un perdono di questa "caratura", che non è più parola lisa e facile da spendere e che fa bene anzitutto a chi ne è capace, si arriva solo per gradi, curando con pazienza ogni strappo nella propria carne, benda dopo benda.
Ci sono eroi - è vero - che ne sono capaci quasi d'istinto: ce li ha fatti conoscere anche la cronaca recente, e abbiamo pensato che pareva quasi non umano quel saper guardare senza paura dentro l'abisso spalancato d'improvviso sotto i propri piedi. E invece era senso cristiano maturato per anni preparandosi nella quotidianità, certo senza saperlo, a quell'incontro inatteso con la violenza, l'odio, il "caso", appunto. C'è chi all'appuntamento arriva pronto, e nemmeno pensava di essere all'altezza dell'esame, e chi invece viene preso alle spalle, si sente smarrito e grida la sua umanissima ribellione.
Ascoltiamo ancora quel "mai!" di Rita, allora, sentendoci dentro l'eco di un "non ancora".