Emergenza fuoco, il lavoro educativo

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del peccato contro la natura

Francesco Ognibene
("Avvenire", 24/8/’07)

«In Italia manca l'affetto per l'ambiente». Forse non solo per l'ambiente, viene spontaneo aggiungere. Ma le amare parole del capo della "Protezione civile" Guido Bertolaso, quando mercoledì notte non s'era ancora venuti a capo del rogo di Cefalù, riassumono sobriamente la lezione che resta tra la "cenere" del Sud, una volta dissolto il fumo di "stucchevoli" polemiche. Leggi, mezzi, uomini, strutture: la difesa della natura è tutto questo, certo, ma è anche molto di più. È quell'«affetto», appunto, che drammaticamente scopriamo mancare quando ci accorgiamo all'improvviso di angoli di degrado, isole d'incuria, intere aree abbandonate al capriccio di chi le usa senza nemmeno più l'ombra della consapevolezza che l'ambiente è "bene comune": appartiene a tutti, deve stare a cuore a ciascuno, e non può essere lasciato in "balia" di qualche sconsiderato o, peggio, di criminali. L'affetto però non si impone per legge, e quando viene a mancare così platealmente è segno che l'incendio è colpa del piromane, ma non di lui soltanto. Nessuno che abbia responsabilità educative può eludere oggi, di fronte alla tragedia delle vittime e al nuovo scempio di boschi, una riflessione su quel che si fa per coltivare il germoglio dell'amore per l'ambiente, luogo vivo e non solo fondale della nostra vita. Devastarlo è un reato che ferisce l'umanità e non solo la flora. La stessa Chiesa deve usare ogni propria risorsa formativa perché questa sensibilità oscurata torni a parlare al cuore, dettando doveri, suggerendo impegni, impedendo "omissioni", se occorre evocando il peccato. È un senso morale "atrofizzato" che deve riprendere tono e restituire lo sguardo attento a chi l'ha perduto (anche a noi stessi, forse) finendo per considerare la natura come un accessorio utile, un occasionale rifugio emotivo, e non secondo ciò che la stessa storia cristiana indica quando parla di "creato", parola che racchiude il divino e l'umano come poche altre. Il mondo affidato in eredità all'uomo - a ciascuno - è una responsabilità non delegabile a nessuna "Protezione civile": è la stessa comune natura umana, così violentemente alterata, che dovrebbe farci avvertire come nostro, gelosamente nostro, ciò che ci è consegnato per farlo fruttare e non per "spremerlo" e gettarlo. Ogni omelia, catechesi, occasione formativa può essere il "luogo" di questa rinnovata educazione popolare: un'opera non residuale, quasi un lusso là dove si è esaurita ogni altra necessità pastorale, ma un impegno che è parte stessa dello sforzo così necessario per rimettere al centro della cultura la persona umana e opporsi alla pretesa di autonomia, al "soggettivismo" sempre più scomposto, alla libertà che solo pretende, all'arbitrio che induce a credersi capricciosi signori del mondo. Negli incendi di questa estate e in ogni "vigliaccheria" piccola o grande di fronte alla natura, c'è anche uno strappo che va sanato tra ciò che siamo e il ritratto sgraziato che ci siamo costruiti. Sentirsi richiamati a tornare in noi stessi allora è un passo culturale decisivo, un'armonia ritrovata, e non un'ingenuità evasiva. Invocando «campi scuola» da far organizzare a tutte le scuole italiane «per educare i giovani ad amare il loro territorio», Bertolaso non ha fatto che richiamare un'esperienza nata dalla passione educativa della Chiesa, che onorando la natura invita a contemplarne il Creatore, e a smettere di credersi tutto.