Francesco
Ognibene
("Avvenire",
26/8/’07)
Adesso che s'inizia
davvero, che all'incontro di sabato a Loreto
tra Papa
Benedetto e i
giovani italiani manca un pugno di giorni, adesso che sono pronti gli zaini dei
primi che partono per la vigilia di accoglienza in 32 diocesi dalla Romagna
all'Abruzzo, passando per Marche e Umbria, c'è da chiedersi cosa cerca davvero
questa gioventù che di tanto in tanto esce da chissà dove, si mette in marcia
e torna a intromettersi nelle cronache con la mite forza della sua ricerca di
senso. Per loro non sono indispensabili i grandi numeri che garantiscono la
ribalta, né stranezze, eccessi o protagonismi incoraggiati dai
"media". I ragazzi che prendono la strada del santuario marchigiano
non cercano notorietà né fanno spettacolo: si muovono e si ritrovano
periodicamente seguendo un loro cammino "carsico", attraverso un "lavorìo"
sulle radici e le fondamenta che gli chiede di affiorare solo quando ne vale la
pena. Ad esempio, quando Pietro chiama.
Ed è allora - mentre questa fetta di una generazione abitualmente indecifrabile
esce allo scoperto - che si resta sorpresi, "stranìti", incantati.
Dov'è il loro segreto? E dov'erano finiti dall'ultima occasione in cui li
avevamo visti insieme? Ogni volta che vengono allo scoperto si svela qualcosa di
nuovo nella loro singolare "alchimia', per questo è bene attrezzarsi per
incrociarne i percorsi. Sono come gli altri coetanei, ne condividono interessi,
fragilità, progetti, ma hanno una luce e una passione diverse. Parole e gesti
di cui avvertiamo tutti la sete li maneggiano con familiarità, attenti a non
usurarli. Chiedono proposte sincere, sono pronti alla generosità, diffidano
dall'impostura "mediatica", ascoltano volentieri concetti spigolosi,
chiedono comprensione per tante incoerenze, ma avvertono disagio per un mondo
adulto severo con loro e indulgente con se stesso. Amano chi li prende sul
serio, e non si svendono. Li si seguirebbe ovunque, presagendo che dentro le
loro scelte c'è qualcosa di persuasivo che altrove non si trova più, né si
credeva di poter scoprire in gente tra i 16 e i 30 anni.
Attenzione, allora, perché i ragazzi delle "Gmg",
di Tor Vergata e Colonia,
degli oratori e dei movimenti, i veterani e chi è al suo primo evento del
genere, tornano a mostrarsi a tutti nelle giornate dell'«Agorà dei giovani
italiani» che si aprono mercoledì e che portano all'appuntamento lungamente
preparato di Montorso, due passi dal colle lauretano, là dove un Papa che ha
mostrato di saperli toccare nell'intelligenza e nel cuore vuole rispondere alle
loro domande. Li ha cercati, li ha presi con sé, ha fatto alzare loro lo sguardo
dall'eterno presente nel quale li si vuole immiserire, ha offerto loro la mano
per un altro tratto di strada, come negli ultimi incontri a Vigevano e ad
Assisi. E adesso li attende sotto le mura del santuario mariano dal nome più
dolce - Loreto - che custodisce il mistero dell'Incarnazione, i pochi metri
quadri dove «il Verbo si fece carne», Dio uno di noi, come si legge sopra
l'altare della "Santa Casa". È lì che li ha voluti invitare, non a
caso: il centro di tutto, il punto esatto del mondo dal quale è scaturita e
dove torna la storia di ognuno - ansie, attese, speranze - come attratta dalla
forza misteriosa d'un magnete. Il luogo è già un messaggio, destinato a
lasciare il segno.
A quell'incontro i giovani arriveranno dopo tre giornate di incontri e
riflessioni, preghiera e riscoperta di sé, ospiti di migliaia di famiglie e
parrocchie, alla scuola dell'arte cristiana d'una fetta d'Italia dove le stesse
pietre spiegano che non sei il primo ma l'erede, il tramite di una storia che
non può andare dispersa. «La verità - ha detto il Papa ai giovani, una sera
di giugno ad Assisi - è che le cose finite possono dare barlumi di gioia, ma
solo l'Infinito può riempire il cuore». Vale la pena seguire questo fiume di
gioventù sino a Loreto, perché il suo viaggio riguarda sino in fondo ciascuno
di noi.