Presentato il libro con i suoi discorsi alla Gmg di Colonia
RITAGLI   Se il Papa mite parla di rivoluzione   DOCUMENTI

Francesco Ognibene
("Avvenire", 12/10/’05)

A un certo punto, occorre scegliere il proprio stile, e battersi per restargli fedeli: in altre parole, arriva il momento di far capire con una certa determinazione da che parte si vuol stare. Se cioè si preferisce destreggiarsi nel dedalo della vita grazie al manuale delle astuzie, delle dissimulazioni, dei camaleontismi rispetto agli stili vincenti; oppure prendere per una strada diversa, meno battuta, accettando ogni fatica che questo può comportare. È il bivio davanti al quale Benedetto XVI ha portato i giovani la notte della veglia di Marienfeld, al culmine della Giornata mondiale della gioventù di Colonia, nemmeno due mesi fa. Gli ha consegnato una meditazione sul potere e sullo «stile di Dio» sufficiente per giocarsi la decisione sulla strada da imboccare, e gli ha chiesto di rimanere attestati su quella domanda: diventare come Erode o come i Magi? Far propria - anche inavvertitamente, come accade ai più - l'implacabile logica del dominio e dell'autonomia dell'uomo che si crede padrone di sé e del prossimo? Oppure calarsi nella parte di chi è disponibile a mettersi in viaggio, a lasciarsi sorprendere, a imparare il linguaggio del dono che sbriciola l'arroganza, ed essere pronti a tornare alle solite cose «per un'altra via»? Se lo si prende alla lettera, è un invito che basta e avanza per fare una rivoluzione: la rivoluzione di Dio, appunto, che è proprio il titolo indicato dal Papa per la raccolta dei suoi dodici discorsi in terra tedesca dal 18 al 21 agosto, raccolti in volume e presentati ieri in Vaticano. Non sono gli "atti di Colonia", come se in Renania fosse andato in scena un pensoso convegno già pronto per l'archivio. C'è poco da archiviare: in quel viaggio, e in particolare durante la meditazione nella notte punteggiata da ottocentomila candele, Papa Ratzinger ha messo i giovani davanti all'orrore di un secolo - il Novecento - che hanno appena sfiorato e che forse solo loro, per primi, possono finalmente mettersi alle spalle, con tutto il suo triste bagaglio di rivoluzioni che l'hanno sfigurato nella pretesa di «prendere totalmente nelle proprie mani il destino del mondo». Non è astratta filosofia della storia, è concretissima sfida a ogni coscienza, e come tale attende ancora risposta: tu, proprio tu, da che parte stai? Per dirla «in modo ancora più radicale» - come il Papa scandì alla folla immensa e silenziosa, e al mondo che lì quella folla rappresentava come porzione del suo stesso futuro - «la rivoluzione vera consiste nel volgersi senza riserve a Dio che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l'amore eterno. E cosa mai potrebbe salvarci se non l'amore?». È un «cambiamento decisivo del mondo» quello che «contrappone al potere rumoroso e prepotente» uno scenario del tutto opposto, «la cosa nuova», come la definì Benedetto XVI: nuova perché «si oppone all'ingiustizia» e rovescia il tavolo dove «i potenti del mondo» - tutti gli Erode, con e senza corona - giocano il loro compiaciuto e labirintico dòmino. Ai giovani questo gioco non piace affatto, se riescono a guardarsi dentro con sincerità anche solo per un istante. E sanno farsi «rivoluzionari» quando in quell'istante scorgono la loro cometa, capendo per cosa vale la pena giocarsi la vita. Meglio i Magi, allora, che hanno saputo schiodarsi dal loro trono quando hanno riconosciuto quella stessa luce. La «rivoluzione di Dio», per dirla con il Papa, la fa chi la luce s'impegna a seguirla, e non la copre mai per evitare di vederla. Di questa pasta sono fatti solo i santi. Rivoluzionari, come no. Non risulta che Erode abbia cambiato il mondo.