Bagnasco:
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«La persona, fondamento di ogni valore»
Il
presidente della "Cei": «Fedeli e creativi,
rendiamo tangibili princìpi che sono "capisaldi" del nostro popolo.
I vescovi? Sono vicini alla gente, che attende la loro parola».
Dal nostro
inviato a Pistoia, Francesco Ognibene
("Avvenire",
19/10/’07)
Cent’anni «di innumerevoli
opere in campo sociale, economico, culturale, politico, sgorgate dalla
intelligente creatività della fede e della carità cristiana». Cent’anni di "Settimane
sociali" che
documentano «la storia di un tessuto vivo», il «senso della storia e della
presenza di Dio nella vicenda dell’Italia di questo secolo». Ne ha tracciato
l’eredità il presidente della "Cei"
e arcivescovo di Genova Angelo
Bagnasco – fresco
di nomina cardinalizia – intervenendo ieri all’apertura di questa edizione
centenaria nel duomo di Pistoia.
L’occasione di questo appuntamento nazionale è «particolarmente
significativa», secondo Bagnasco, anzitutto perché induce a «soffermarci a
guardare il percorso», certo «non sempre agevole», che «tante generazioni di
credenti hanno compiuto per il bene del Paese». Lungo questo cammino sono
numerose le «figure di donne e di uomini, di laici, di religiosi, di sacerdoti,
di vescovi, a partire dai vescovi di Roma, che si sono succedute intrecciando
sempre un rapporto speciale col nostro Paese, tutti protagonisti di un dialogo
incessante con le necessità, le attese, le speranze, le sofferenze del popolo
italiano». È un’autentica «trama di amore e di responsabilità civile»,
che si è ripreso a tessere a partire dal 1991, dopo l’interruzione del 1970.
Il compito affidato a questa nuova pagina delle Settimane sociali in una fase di
«transizione» è la «elaborazione e proposta culturale attraverso il
confronto delle idee e delle esperienze», nello sforzo per cercare «con fatica
e lungimiranza di saper pensare in grande e guardare lontano». Oggi la
Settimana sociale, precisa Bagnasco, si presenta così come l’«occasione per
stare con fedeltà e creatività dinanzi alle nuove sfide che si presentano». A
una Chiesa il cui volto più promettente è quello dei «giovani dell’Agorà
sulla spianata di Montorso» nel loro incontro col Papa
di inizio settembre – «il volto di una Chiesa italiana che guarda al futuro
con passione, con apertura e dedizione, con semplicità e fiducia» – il
presidente dell’episcopato assegna la missione di riflettere e operare attorno
all’idea forte di "bene comune" e, ancor più alla radice, a quella di persona.
C’è infatti tra le due un «circolo virtuoso» che «siamo chiamati a
innervare nella vita sociale» e che «parte dalla persona» per arrivare all’«ordine
sociale»,
«poiché – aggiunge Bagnasco citando la "Gaudium et spes"
– l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone, e
non l’inverso». La visione cristiana della società è una visione
«realistica, che falsifica gli schematismi ideologici»: al suo interno la
società «non può non essere connessa alla persona, in un dinamismo che si
articola su una trama scandita da precisi punti di riferimento».
Bagnasco passa subito a enumerarli: «È possibile e doveroso – spiega –
correlare giustizia, libertà, verità, carità, di fronte alla concretezza
della vita e dei suoi problemi». In particolare «è essenziale al bene comune
del nostro Paese un nuovo patto tra le generazioni all’insegna di un corretto
principio di autorità e di comunità, di tradizione e di futuro».
Per evitare astrattismi occorre però «ridare al concetto di bene comune una
attualizzata efficacia operativa». Come? Serve «una forte proposta educativa
in grado di introdurre alla vita e alla realtà intera, capace di giudizio, di
proposte alte, di impegno concreto e continuo, cordialmente aperta al bene di
tutti e di ciascuno a prezzo di interessi individuali o particolari, a prezzo
del proprio personale sacrificio». Di più: «Non solo non si può attuare il
bene comune ma neppure concepirlo né tanto meno ragionarci e discuterne senza
ricuperare le virtù cardinali della fortezza, della giustizia, della prudenza e
della temperanza, con le attitudini interiori che ne conseguono». Diversamente
si parla al vento, in una deriva «facilmente ideologica». È qui, «partendo
dalla persona e ritornando alla persona», che si innesta l’impegno sui valori
non negoziabili, che Bagnasco definisce «capisaldi della storia e della
tradizione del nostro popolo»: «Penso – precisa – all’intangibilità
della persona e della vita umana, dal concepimento fino al naturale tramonto; a
quella cellula fondante e inarrivabile di ogni società che è la famiglia»,
«al valore incommensurabile della libertà che – lungi dall’essere mero
arbitrio – è impegnativa adesione al bene e alla verità, a quel codice
morale che si radica nell’essere profondo e universale dell’uomo». A
rendere tangibili questi valori sarà «una comunità cristiana capace di
educare al sociale, di alimentare un tessuto di iniziative e di opere di respiro
ben più che secolare, da cui zampilla una cultura cattolica capace di "progettualità",
volta a spendersi senza riserve per il bene comune». Per guidarla c’è «la
parola dei pastori», «chiara ferma e rispettosa». Perché «chi sta vicino
alla gente – al contrario di quanti si muovono da posizioni preconcette –
percepisce che esiste, ed è forte l’attesa» della loro guida nel «delicato
momento» del Paese.