I vent’anni dell’Orchestra "Esagramma",
composta da disabili

RITAGLI    L’imperfezione necessaria    DOCUMENTI
nella "partitura" della vita

Francesco Ognibene
("Avvenire", 20/2/’08)

Non "fingono" di suonare. Suonano per davvero. E lo fanno al meglio delle capacità che grazie alla musica hanno imparato a sperimentare, "scollinando" in cima al più faticoso "tornante" di ogni esistenza: quello del "confronto" con le proprie risorse. E la loro fatica nel portare a termine un concerto non è differente in nulla da quella di un acclamato maestro.
L’
Orchestra "Esagramma", composta da persone con problemi psichici e mentali gravi, non è la riproduzione in "sedicesimo" di un complesso musicale "vero": perché non c’è ombra di imitazione in quello che gli allievi di don Pierangelo Sequeri realizzano a ogni esibizione sotto lo sguardo stupito e ammirato di chi vede e ascolta, e ancora una volta questo piccolo "prodigio" si è ripetuto l’altra sera a Milano per celebrare i vent’anni di attività di un’iniziativa esemplare.
Per questi sorprendenti artisti – che si applicano sugli strumenti di una comune orchestra sinfonica, affiancati da musicisti di professione – suonare vuol dire portare alla luce la dignità piena di una vita che non imita "l’altra", quella dei cosiddetti "normali", ma è se stessa sino in fondo. E mostra con l’energia dell’arte di cosa è capace quando si sente accolta e non "sopportata". I musicisti di "Esagramma" non vanno in cerca dell’applauso "condiscendente" o dell’incoraggiamento "compassionevole": chi li ascoltò nella Messa che concluse l’
"Agorà dei giovani italiani" a Loreto, il 2 settembre con Benedetto XVI, ricorda ancora la commozione di una musica che "fluiva" dal palco sopra l’immensa spianata "profumandola" di cielo, melodie che nella loro assoluta originalità non volevano assomigliare a qualcos’altro come nel "grottesco" sforzo di riprodurre uno "standard".
Era musica, splendida musica, e a suonarla era un’orchestra di "talenti" costruiti ed esercitati. A una cultura che pretende di selezionare la vita in "vitro" o in utero, che insegue il crudele "miraggio" di renderla "geneticamente" sana spazzando via gli esemplari usciti difettosi dalla "catena di montaggio", la musica di "Esagramma" suona forse incomprensibile, "grottesca", proprio come l’intuizione "programmatica" di aggiungere un rigo ai cinque sui quali si "sciorina" ogni componimento. È invece uno sguardo capace di vedere un’abilità imprevedibile e unica che ci viene restituito dalla straordinaria orchestra milanese.
Nella "partitura" della vita non c’è infatti "stonatura" ma solo un’infinita varietà di differenze dentro un’armonia che mai si perde, sempre che non la si voglia piegare a una pretesa normalità, incapace di accettare l’altrettanto "sconfinata" gamma di imperfezioni umane. La musica che scrive don Pierangelo – teologo di indiscussa finezza, ma per i suoi musicisti disabili anzitutto maestro e compositore che gli si dedica come un padre – è il disegno nascosto sotto l’affresco del quale chi osserva coglie solo il risultato "cromatico". Non saper più accogliere persone come quelle che danno vita all’orchestra di Sequeri, "cestinarle" prima che nascano nel nome persino di un raggelante "diritto alla felicità" chissà come fissato, e da chi, è la "firma" che una società umana appone in "calce" alla "negazione" di se stessa.