VISITA IN LIGURIA

Alla vigilia dell’arrivo di Benedetto XVI, parla il cardinale alla guida della Chiesa genovese.

RITAGLI    Card. Bagnasco: «Dal Papa un nuovo slancio»    DOCUMENTI

L’arcivescovo e Presidente della "Cei":
«Un evento che dà speranza e fiducia a tutti.
La città deve credere nelle sue capacità e risorse.
Dai giovani segnali di generosità, gli adulti imparino a coglierli».
«Sono certo che, come in America,
anche da noi la "dolcezza" del Papa saprà "sciogliere" tanti».

Papa Benedetto, a Genova, insieme al Card. Bagnasco...

Francesco Ognibene
("Avvenire", 16/5/’08)

Un nuovo slancio, una spinta impressa alla diocesi e alla città per superare le fatiche di una situazione che da tempo – e non solo qui – si è fatta complessa, anzitutto per la crisi demografica e occupazionale. Ad aspettare questi doni dalla visita del Papa domani e domenica, insieme a tutta Genova, è l’arcivescovo della città Angelo Bagnasco, Presidente della "Cei", che dà voce a un’attesa ormai giunta a conclusione.

Eminenza, rivolgendosi ai genovesi lei ha recentemente parlato del pellegrinaggio papale come di un «colpo d’ala» per tutti.
Cosa intende dire?

«Che da questo evento la città è chiamata a riflettere sulla sua vocazione civile, sociale, culturale, lavorativa, e viene invitata a farlo con un supplemento di fiducia e di speranza che il Papa porta a tutti, indistintamente. La città deve credere nelle sue capacità e risorse, sentendosi chiamata a uno sforzo ulteriore di coesione e collaborazione tra le sue componenti, lasciando da parte interessi particolari.
Questo è il modo per mettere in cantiere un futuro con orizzonti più ampi, perché è in gioco il bene di tutti».

Quale Chiesa incontra il Papa?

«La situazione della Chiesa genovese che sto visitando – quest’anno sono già stato in 73 parrocchie, nell’arco di quattro anni le visiterò tutte e 278 – fa perno su un presbiterio solido nella fede e nell’identità sacerdotale, concreto e operoso com’è nella natura genovese, soprattutto molto radicato nelle comunità. Queste sentono molto la fedeltà dei propri sacerdoti a una presenza tra la gente, un fatto ancor più vivo quando il parroco è anziano o infermo. In questi casi gli si stringono attorno con premura per aiutarlo e condividere i pesi della comunità, ed è molto bello toccare con mano queste situazioni purtroppo non rare considerata l’età mediamente piuttosto alta del clero. Per la comunità ecclesiale genovese occorre una nuova spinta verso l’evangelizzazione, una chiamata a responsabilità maggiori rivolta in particolare ai più giovani. I dati ci dicono che la Liguria è tra le aree più vecchie non solo d’Italia, e questo si riflette ovviamente sulla vita della società e della Chiesa. Vedo però che in tutte le parrocchie un gruppo di giovani è sempre presente e attivo, un segno incoraggiante, che non esime da una nuova chiamata alla formazione e all’annuncio».

I «suoi» giovani come si stanno preparando all’incontro di domenica con Benedetto XVI?

«Molto seriamente. A partire dalla Veglia di Pentecoste che ho guidato sabato scorso al Santuario della Guardia, e lungo tutta questa settimana di vigilia, stanno animando l’adorazione eucaristica continua, giorno e notte, in più punti della città. È un segno di grande generosità. Si sta sprigionando una capacità di dedizione e di sacrificio di cui il cuore dei giovani è capace, quando ci sono motivazioni autentiche. Agli adulti spetta la grande responsabilità di testimoniare con la vita e l’educazione le cose che contano. Quando questo accade, i giovani mostrano di saper aderire con entusiasmo».

E la città come attende il Papa?

«Genova chiede speranza nel campo del lavoro, della casa, del tenore di vita, delle prospettive future: troppo spesso i ragazzi per trovare un’occupazione devono abbandonare la loro città, lasciandola ancora più vecchia. Il Papa tra noi è questo segno atteso di giovinezza: confido che tutti, senza distinzioni, lo sappiano cogliere».

C’è anche chi aspetta il Papa polemicamente, pronto a contestare. Cosa si sente di dir loro?

«Che bisogna rispettare le opinioni degli altri, ma davvero, con i fatti e non solo a parole, coltivando la cultura dell’ascolto reciproco. Saper evitare la contrapposizione polemica di parole e gesti è segno di civiltà e di maturità. Papa Benedetto parla chiaro ma non impone nulla a nessuno, ha uno stile di estrema "dolcezza", di grande fede e di eccezionale capacità razionale. Si rivolge a tutti con gli argomenti della fede e della ragione, senza escludere nessuno. Vale la pena ascoltarlo».

Ogni visita papale ha una sua impronta peculiare, che si staglia a cose fatte ma che già alla vigilia si inizia a intravedere. A Genova scorge un aspetto o uno stile che va emergendo?

«Anzitutto il forte richiamo alla vita spirituale: la parola e l’esempio del Papa rimandano sempre a una profonda interiorità, che vuol dire rapporto di amore e di gioia con Cristo. C’è poi il rimando sereno e dolce alla propria identità cattolica non come motivo di contrapposizione ma come dono da offrire a tutti. Certamente ne seguirà un nuovo slancio missionario».

Perché la scelta di due iniziative per la vita nascente – come il "Cav" e l’"Abbraccio" di Don Orione – come "opere-segno" di questa visita?

«Il tema della vita umana è intimamente legato alla concezione della persona umana, e oggi la questione antropologica è decisiva, segna una svolta epocale perché è in discussione la definizione di ciò che l’uomo è. In base al tipo di umanesimo che si respira sul piano sociale e culturale cambia tutto l’approccio alla vita, nascente, affaticata, gioiosa o morente che sia. Il fondamento e il valore della dignità umana, l’approccio conseguente della società alla vita, specie quella più fragile, riguardano tutti, oltre il perimetro della fede».

Non è difficile immaginare che uno dei momenti più intensi sarà la visita al "Gaslini": qual è il significato di questa presenza tra i bambini?

«Con il suo gesto il Papa riconosce esplicitamente il valore assoluto della vita più fragile: al "Gaslini" i bambini nascono e sono curati, è un luogo che è un inno alla vita. L’ospedale dei bambini è un’opera voluta e finanziata nel secolo scorso dal senatore Gerolamo Gaslini, che in memoria della sua figlia Giannina morta dodicenne volle un centro di cura guidato dall’arcivescovo di Genova come garante dell’ispirazione cristiana che aveva voluto dare alla struttura. Il "Gaslini" documenta la fecondità del Vangelo in ordine al bene e alla sofferenza, una realtà che dà sempre nuovi frutti: abbiamo infatti appena posto la prima pietra di un grande complesso finanziato da un altro munifico benefattore. Una nuova impresa che nasce dall’"humus" cristiano genovese».

In cuor suo, eminenza, che frutti si augura da questa visita?

«Una ventata di fiducia e di speranza sia a livello ecclesiale che civile, presupposto di un camminare e progettare insieme più convinto ed efficace, in ogni àmbito, senza divisioni, perché questo è il desiderio di tutti. Fiducia e speranza sono intimamente unite, e il Papa ha un particolare carisma nel portarle là dove si reca».

E poi c’è il "fattore-Benedetto"...

«Sono certo che, com’è accaduto in America, anche a Genova la personalità del Papa saprà "sciogliere" tanti. Il Papa vive del Signore, ed esprime in tutto quel che fa e che dice una profonda "dolcezza" insieme al rigore intellettuale, che conquistano chiunque si avvicini a lui senza pregiudizi».