Silenzio anche tra i cattolici e in parrocchia
Il «bio» "iper-idolatrato".
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Ma non nei metodi fecondativi
Francesco
Ognibene
("Avvenire",
4/10/’08)
In tempi di
fissazioni "bio-salutiste" e di onnipresente "ecologismo"
spicciolo, tutto ciò che appare ispirato al rispetto di tempi e ritmi dettati
dalla natura si direbbe destinato al massimo successo e alla più alta
considerazione culturale.
Tanto più se si parla del corpo umano. La pubblicità e certa letteratura
scientifica non fanno che ripeterci quanto siano doverosi l’ascolto e il
rispetto del nostro corpo per essere finalmente felici. Una vera ossessione che
trasforma l’organismo in una macchina perfetta, un intreccio d’"ingranaggi"
da conoscere in ogni più recondito segreto per impararne l’arcano linguaggio.
Ce n’è abbastanza per trovarci di fronte a una specie di "biolatria",
che alimenta anche il culto della tecnologia al servizio di ogni
"capriccio", ma
che curiosamente ha vistose eccezioni. Perché, infatti, questa stessa
mentalità nemmeno considera i cosiddetti «metodi naturali» di regolazione
della fertilità, basati proprio sulla conoscenza di se stessi e sull’osservazione
della biologia? Chiunque si faccia promotore della conoscenza di questo livello,
pressoché sconosciuto, della "sintassi" umana finisce per sentirsi
assediato e irriso dall’idea dominante di una sessualità tutta organica,
incapace di vedere nei ritmi della fecondità un evidente messaggio rivolto alla
responsabilità di un uomo e una donna, e non certo un invito alla negazione di
se stessi.
Fin qui, potremmo archiviarlo come uno degli infiniti "controsensi"
dei nostri anni: chi "ci crede" conosce e vive i "metodi
naturali", chi la pensa diversamente continua a "snobbarli". Il fatto è che
neppure tra i cattolici ci sono molti convinti della loro praticabilità. A
dirlo non è una delle periodiche – e sospette – ricerche
"demoscopiche", ma il Papa stesso, consapevole che attorno ai credenti
è scesa da lungo tempo una "cappa" di conformismo, che ha allungato
le sue "spire" anche attorno alla loro vita coniugale e al quale sembra quasi
impossibile sottrarsi. Come se un’alternativa non esistesse.
Benedetto
XVI non si
nasconde i problemi, tanto da chiedersi, nel "Messaggio" al
"Congresso" per i 40
anni della "Humanae
vitae",
«come mai oggi il mondo, e anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a
comprendere il "messaggio" della Chiesa, che illustra e difende la
bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale». Se esiste
un "ciclo" della fecondità «sapientemente iscritto nella natura
umana», occorre imparare a leggerlo senza presumere di poterlo cancellare con
soluzioni "artificiali". Dentro quello "spartito" biologico del corpo,
del tutto personale e irripetibile come lo è ogni donna e l’amore che la lega
al coniuge, c’è un disegno che il credente non può ignorare adagiandosi su
una cultura che lo spinge a "scorciatoie" sbrigative. Anche se costa.
Il Papa non ha paura a parlare di «crescita nella virtù», e a parlare di
«dominio dell’impulso sessuale». Perché anche di questa padronanza di sé
vive l’amore umano. Nella rimozione del "ciclo naturale" della
fertilità dall’orizzonte affettivo delle coppie (e persino talora dai
percorsi formativi all’interno delle stesse parrocchie in vista del
matrimonio) c’è dunque molto più della scelta di cestinare "una
possibilità in più", quella "fuori moda", "non
sicura", come si continua falsamente a dire. Si preferisce una «soluzione
tecnica» che rimpiazza drammaticamente la «maturazione della libertà»,
secondo le limpide parole del "Papa-educatore".
E di questo non dovrebbe essere la sola Chiesa a mostrarsi preoccupata.
Per comprendere la scelta dei "metodi naturali" occorre però ancora
un passo in più. Perché «neppure la ragione basta: bisogna che sia il cuore a
vedere», visto che solo il cuore è «capace di abbracciare la totalità dell’essere
umano», reso libero di dire il «grande "sì" alla bellezza dell’amore».
Amore, altroché "tecnica": qui si decide della nostra umanità.