Il "Tar" lombardo sul "Caso" di Eluana

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Francesco Ognibene
("Avvenire", 27/1/’09)

Eravamo rimasti forse un po’ indietro, a un "diritto" che nasce per tutelare anzitutto il bene dal quale tutti gli altri dipendono – la "vita" – e che delimita l’esercizio della libertà umana a quel che è in armonia con la conservazione della vita stessa. Forse ci siamo persi qualcosa. Certo che la decisione con la quale il "Tar" della Lombardia avrebbe potuto aprire la porta delle "strutture pubbliche regionali" all’esecuzione della "sentenza di morte" su Eluana lascia senza fiato. A leggerlo per intero, non sembra un "provvedimento circoscritto" – come dovrebbe – ad annullare un semplice "atto amministrativo", ovvero quello col quale il 3 Settembre il "Direttore Generale della Sanità" in Lombardia vietava a ospedali, "cliniche" e "hospice" in regione di accogliere gli ultimi giorni di Eluana per non tradire la loro "missione istituzionale". No: il "Tar" sale in cattedra, come già la "Cassazione" nell’Ottobre 2007 e la "Corte d’Appello" di Milano nel Luglio 2008. E riscrive i fondamenti del "diritto", piega le "norme", la loro "ratio" e persino il "buonsenso" alla dimostrazione di un solo, martellante "teorema": l’individuo ha su se stesso potere assoluto di vita e di morte. La chiamano "auto-determinazione", ma non è un principio che si può affrancare da ogni limite. A meno che non si voglia far credere che la "Costituzione" all’"Articolo 32" abbia introdotto non la "tutela della salute" ma il "diritto di morire", e persino di "suicidarsi". A forza di "sentenze" come quella di ieri forse proveranno a dimostrarci anche questo. Certo è che per spegnere la fragile "fiammella" di una vita – come quella di Eluana – che si affida da 17 anni a mani altrui semplicemente per alimentarsi, le stanno davvero provando tutte, con una "determinazione" che meriterebbe miglior sorte. A ogni "sentenza" si aggiunge un "codicillo" all’inaudito: ora si dice che se si intende per "eutanasia" «soltanto il comportamento "etiologicamente" inteso ad abbreviare la vita e che causa esso positivamente la morte» non si allude alla giovane "lecchese", no: per lei vale «la scelta "insindacabile" del malato». E dire che, se le parole conservano ancora il loro "senso letterale" (ma forse anche su questo ci siamo distratti), a una persona cui viene tolto il "nutrimento" la vita si abbrevia e la morte viene positivamente causata. O no?
Il "Tar" completa il suo capolavoro "semantico" e, disponendo le "regole" per il ricovero in ospedali che dovrebbero evitare la morte e non causarla, parla di una paziente che va aiutata a «lasciar scorrere le sue "energie vitali" seguendo il flusso degli "accadimenti naturali"». Adesso l’"eutanasia", in "tribunale", si chiama così.