Segnale dall’odierna "Giornata per la Vita"

RITAGLI     Nuovi «diritti» nascono     DOCUMENTI
per la "paura di soffrire"

Francesco Ognibene
("Avvenire", 1/2/’09)

C’è una società che non sa più guardarsi allo specchio. Rifiuta di vedere la propria immagine riflessa, nella quale non vuole scorgere le "rughe" di una vecchiaia che non accetta, le ombre delle paure da cui è tormentata, lo sguardo sfuggente di chi preferisce "rimuovere" piuttosto che "fronteggiare". Quella società è la nostra, che ha imparato a cambiar nome alle cose per non dover fare i conti con ciò che è doloroso o sgradevole, persuadendosi così che la realtà sia un’invenzione soggettiva, modificabile a "capriccio": che esista cioè solo nei termini in cui la desideriamo, e se non piace basta "edulcorarla" secondo necessità.
Se la vita ideale diventa una superficie ossessivamente "levigata", priva di imperfezioni e "asperità", taluni aspetti che pure fanno parte del suo impasto finiscono col diventare persino intollerabili. Il rifiuto della malattia, della vecchiaia, della sofferenza fisica e morale costituiscono oggi il "calibro" che misura la fragilità della cultura pubblica, solidale a parole ma quasi incapace di farsi carico fino in fondo di chi si mostra più debole. Non essere all’altezza dello "standard" vigente equivale a una squalifica: chi soffre è tagliato fuori dalla "normalità". Se la cavi da solo, al più se ne faccia carico qualche "professionista del dolore", che avrà la gratitudine collettiva per aver tamponato la ferita impedendo che tutti la potessero vedere.
Dato questo scenario, parlare apertamente di
"sofferenza" – come fa la "Chiesa Italiana", che per l’odierna "Giornata Nazionale per la Vita" ne fa il centro del suo annuale "Messaggio" – è un atto di realismo, che solo l’"anestesia collettiva" cui siamo sottoposti rende oggi quasi scandaloso. Soffrono i "malati terminali" e gli anziani relegati nella solitudine, le famiglie di chi giace privo di coscienza e le donne di fronte a una maternità non voluta, i giovani ingoiati dal buio della depressione, i pazienti che si credono di troppo per i propri cari, madri e padri davanti alla diagnosi che certifica l’"imperfezione" del nascituro. Se le molteplici forme che prende oggi il dolore non trovano chi le sappia accogliere, se vengono "rigettate" come insopportabili, come accade anche nel "dibattito mediatico" di questi tempi, il loro grido si perde tra mura ormai "insonorizzate". E la società poco per volta perde la stessa capacità di fermarsi per ascoltare.
In un corpo sociale che fosse ancora capace di ripartire i pesi, "sgravandoli" dalle spalle di chi non è più in grado di reggerli, il dolore di un membro andrebbe "ammortizzato" dalla forza degli altri. Ma dove la vita di chi non ce la fa perde valore proprio quand’è piegata dalla prova, quel volto umano sofferente fino a "sfigurarsi" sarà una vista intollerabile, davanti alla quale coprirsi gli occhi.
La rimozione della sofferenza alla quale assistiamo, e che prende anche forme "efferate", fa smarrire la conoscenza preziosa di una verità tra le più essenziali della nostra natura: ovvero che l’atomo del dolore è dentro la molecola della vita, è uno dei "mattoni" che la tengono insieme. E la pretesa di strapparlo dall’esistenza personale e dalla società è solo una "bugia pietosa", un’illusione "grottesca" destinata a cadere.
Complici di questa autentica "truffa culturale" diventano di volta in volta la politica, il sistema dell’informazione, le "élite intellettuali", persino la giustizia. Ma per quanto ci si agiti per "estrometterla" la sofferenza resta lì, intrecciata all’umano, e chiede di essere riconosciuta per quello che è: la rivelazione della vita, che sappiamo per esperienza limitata, incompleta, bisognosa dell’altro, affacciata su un "orizzonte soprannaturale" che supera l’uomo e lo completa.
«Nessuna sofferenza – ci ricordano i Vescovi in questa Domenica – , per quanto grave, può prevalere sulla forza dell’amore e della vita». Può sembrare poco, ma ricordarcelo oggi può valere una piccola "rivoluzione".