In gioco un bene che appartiene a tutti

RITAGLI   Provocazione portata nel cuore della Spagna   DOCUMENTI

Francesco Ognibene
("Avvenire", 5/7/’06)

Esiste davvero un «nuovo corso» della famiglia, liberata da schemi «autoritari» e riscoperta come luogo di relazioni vitali e umanizzanti? Se lo chiedeva ieri la femminista Anna Bravo su "Repubblica", in una riflessione dov'erano teorizzate due Chiese: una dal cipiglio «bellicoso» davanti alle «minacce» portate alla famiglia tradizionale dalle nuove unioni; la seconda dipinta come «moderata e amorevole», che non dovrebbe vedere differenza alcuna tra un tipo di convivenza e un altro, indifferente alla scelta di questo o quel modello sul libero mercato delle unioni. Una Chiesa storpiata in caricatura, la prima, contrapposta all'altra, neutrale e asettica, che non si compromette con la vita delle persone ma solo le osserva comportarsi come meglio credono. In mezzo alle due il «nuovo corso» in tutte le sue manifestazioni, nessuna delle quali deve pretendere una qualche forma di primato o di esclusiva, persino del concetto stesso di "famiglia".
Non si dispiacerà Anna Bravo se facciamo notare che né l'una né l'altra comunità ecclesiale sono in questi giorni rappresentate là dove la Chiesa cattolica - quella vera - s'è data appuntamento. A Valencia, da ieri e fino a domenica, il quinto Incontro mondiale cui
è atteso anche il Papa porta alla ribalta la famiglia fondata sul matrimonio come bene di tutti, e lo fa non certo con l'arroganza di chi batte i pugni sul tavolo snocciolando una raffica di divieti - secondo la corrente vulgata giornalistica - ma con la forza mite di una kermesse un po' congresso un po' fiera, con tanto di nonni e bambini. Lo fa, in più, nel Paese dove il bancone delle offerte tra le quali scegliere è stato allestito con tutta l'ufficialità di leggi ad hoc. Che la Spagna fosse destinata a far da cornice a queste giornate mondiali lo si sapeva da prima che lo "zapaterismo" si facesse largo con strappi e colpi di mano, ma ora un simile intreccio non può che rafforzare il significato dell'evento. Che non è una rassegna di teologia e pastorale, perché chi ha moglie, marito e figli sa di quanta "carne" siano fatti i concetti, né è semplicemente una bella festa, visto che le sfide portate ovunque alla famiglia esigono di metterne bene a fuoco i termini, e attrezzarsi per replicare e rilanciare chiedendo consiglio a studiosi e pastori.
A Valencia c'è la vita vera, e idealmente devono sentirsi presenti le famiglie che si riconoscono come destino e percorso d'un uomo e una donna ancora capaci di dirsi "per sempre", assumendosi davanti a tutti responsabilità e doveri reciproci, senza ricorrere ad artifici concettuali e giuridici. Queste famiglie sanno che la loro scelta è sempre più interpellata da una cultura che - pesantemente complici i mass media, come ricordava Benedetto XVI - sembra lavorare a convincerle che il nuovo è altrove. È la cultura che esalta la libertà individuale sino a renderla idolo che si autoalimenta senza fine, sganciando i diritti dall'idea stessa di bene collettivo e trasformandoli nella presa d'atto anonima di gusti e desideri. Ovvio che di famiglia "tradizionale" non voglia sentir parlare, e si sbracci per confinarla nel catalogo dei mondi possibili.
A Valencia però non si stanno issando mura merlate per difendersi da chissà chi: vi si è data convegno una Chiesa che continua a vedere nell'uomo la propria via e per questo guarda alla famiglia naturale come a una «verità elementare», d'una bellezza che ancora risplende di infiniti esempi di vita vera. Ricordarlo è nell'interesse di tutti.