CAMBIO AI VERTICI

RITAGLI   Fedeltà   DOCUMENTI

Cardinale Tarcisio Bertone: un nuovo aiuto accanto al Papa!

Bertone: è il dono più grande che possiamo offrire al Papa.

Da Roma, Francesco Ognibene
("Avvenire", 15/9/’06)

Dalla torre San Giovanni in cima a uno splendido poggio dei Giardini Vaticani, cara a Papa Roncalli e che costituisce la sua residenza di lavoro temporanea, lo sguardo incrocia subito il cupolone, per poi distendersi su Roma. Dalle finestre s'immagina però che il cardinale Tarcisio Bertone, da oggi ufficialmente nuovo segretario di Stato vaticano, già scorga il mondo che con il suo crogiuolo di vicende e rompicapi inizia ad affollarsi non solo nel suo cuore ma anche - molto materialmente - sulla sua scrivania, nella forma di dossier e rapporti. Ed è appunto in una pausa nello studio delle prime situazioni con le quali dovrà confrontarsi che Bertone apre uno spiraglio sulla sua personalissima vigilia di questa giornata, attesa almeno da quel 22 giugno quando a Genova fu lui stesso a dare l'annuncio della futura nomina a segretario di Stato vaticano.

Eminenza, non è difficile immaginare qualche apprensione, se non proprio una vertigine, di fronte al nuovo incarico che ora il Papa le affida. Con quale stato d'animo ha vissuto l'avvicinarsi di questo momento?

«Ho avuto veramente le vertigini dopo che il Papa mi ha comunicato la sua intenzione di affidarmi la responsabilità della Segreteria di Stato. Confesso che di notte più di una volta mi sono svegliato improvvisamente nel mezzo di sogni che lambivano questo nuovo servizio. Come mi è già capitato di raccontare, ho sognato anche Giovanni Paolo II, che mi benediceva in vista del nuovo incarico. Confidando a Papa Benedetto questo sogno, mi sono sentito dire: "Vede, non abbia paura". Al termine dell'ultima Messa al santuario della Madonna della Guardia, a Genova, mi è stata donata una pietra del Monte delle Apparizioni, interamente dipinta, e che reca scritta la stessa espressione: "Non avere paura". Due elementi oggi mi sostengono: la grande sapienza di Papa Benedetto, vera guida della Chiesa, e la preghiera di tantissime persone. Sto inviando una lettera a molti monasteri contemplativi, chiedendo preghiere per il Papa e per il suo nuovo segretario di Stato in questo inizio di missione».

Tre tappe segnano il suo curriculum: la docenza all'università, il ministero episcopale e il servizio alla Congregazione per la dottrina della fede accanto al cardinale Ratzinger. Che solco hanno scavato in lei?

«Credo che più di tutti mi abbia segnato il periodo d'insegnamento universitario, il contatto con i giovani studenti degli atenei romani. Era la mia vocazione salesiana che si affermava in un ambito specifico, con una grande passione educativa riversata in quel servizio nel quale pensavo di spendere tutta la mia vita. Era un lavoro che mi piaceva, il contatto col mondo giovanile era molto gratificante, anche dal punto di vista spirituale. La designazione poi alla guida della Chiesa di Vercelli e più tardi di Genova mi ha certamente fatto allargare le prospettive donandomi anche un grande entusiasmo di lavoro apostolico sul territorio. Un altro tipo di rapporto che mi ha segnato molto è infatti quello tra il vescovo e la città nella quale svolge il ministero, con tutte le sue pulsioni, istanze, sfide».

Non è sfuggita una sua recente citazione di un grande rettor maggiore dei Salesiani come don Egidio Viganò, che fu sostenitore di Giovanni Paolo II in anni nei quali ciò non sempre era scontato. Cosa le ha insegnato nel modo di servire Pietro e la Chiesa?

«Nei suoi 18 anni alla guida dei Salesiani don Viganò ha lasciato un'impronta profonda. Era un teologo che aveva vissuto la stagione del Concilio palpitando in sintonia con il cuore della Chiesa. Aveva assimilato le linee di rinnovamento del Vaticano II ma senza recedere di una virgola sul piano della difesa del patrimonio dottrinale e della fedeltà al Papa. Proprio sul tema della fedeltà al Vicario di Cristo scrisse ai Salesiani nel 1985 una lettera che è uno straordinario affresco di magistero nella linea di don Bosco, arricchito di grande sapienza teologica. Don Viganò ha aperto i Salesiani alla collaborazione con la Santa Sede, fino a dire che un salesiano non è affatto perso se viene chiamato a lavorare per il Papa. Tuttavia, curiosamente, quando nel 1991 fui nominato da Giovanni Paolo II arcivescovo di Vercelli mentre ero rettore dell'Università Salesiana, mi chiese perché avessi accettato. "Ma è stato proprio lei - gli risposi - che ci ha insegnato a obbedire al Papa...". Qualche anno dopo portai a don Viganò già ammalato la lettera autografa con la quale Giovanni Paolo II mi nominava segretario della Congregazione per la dottrina della fede. Ne fu commosso: "Questo - disse - è il premio per la fedeltà dei Salesiani al Papa"».

Nel periodo con Ratzinger alla Congregazione della quale egli era prefetto e lei segretario s'è andato creando un solido rapporto. Frequentandolo ogni giorno cos'ha scoperto e apprezzato di lui?

«Ho imparato a conoscere Ratzinger come persona straordinaria, affabilissima, delicata di cuore e di sentimenti, attenta anche ai risvolti personali dei suoi collaboratori, un uomo capace di ascolto come pochi altri. Era naturale che la collaborazione con un superiore di questa levatura diventasse presto una familiarità, suscitando un'intesa spontanea e una fedeltà a tutta prova. Non si può non essere fedeli a un uomo simile. Ne è nata in quegli anni una sintonia assoluta tra prefetto e segretario, che Giovanni Paolo II apprezzava molto. La nostra frequentazione nacque quand'ero collaboratore esterno della Congregazione, poi nominato consultore proprio su proposta di Ratzinger, e si è consolidata anche grazie al fatto che abitassimo nel medesimo palazzo vicino al Vaticano, una scelta adottata su suo stesso consiglio».

Chi la frequentava, negli anni in cui era segretario della Congregazione per la dottrina della fede, rimaneva spesso colpito dal modo entusiasta con cui lei parlava del suo diretto superiore. Ed erano anni insospettabili, quelli. Su che cosa si basava la vostra quotidiana consuetudine?

«Ogni intervento di Ratzinger, scritto o a braccio, è sempre stato di una eccezionale ricchezza teologica, con una capacità impareggiabile di analisi dei temi, di sintesi tra i diversi punti di vista e di proposta di una soluzione adeguata al caso. È senza dubbio un uomo straordinario, che dà fiducia ai propri collaboratori senza badare all'età o al rango. Nelle riunioni del venerdì, cui partecipavano anche gli officiali della Congregazione, ascoltava tutti gli interventi e chiedeva proposte per risolvere le questioni, non di rado raccogliendo il suggerimento espresso proprio dai più giovani collaboratori».

Eppure, sul piano del carattere c'è una differenza di indole tra lei e il Santo Padre. Lavorando fianco a fianco, come ha visto conciliarsi e integrarsi i vostri personali stili?

«Papa Benedetto ha un carattere dolce, posato, lieto. Io talora sono fremente, impulsivo, interventista...».

Comunicatore, come fanno osservare molti...

«Vorrei sottolineare come il Papa abbia una capacità comunicativa assai profonda, capace ad esempio di colpire i giovani, che non a caso vanno a cercare i suoi discorsi, se li leggono e si dicono entusiasti di quel che il Papa dice, rimeditandoseli con calma. Certo, è anche accaduto che il Santo Padre abbia apprezzato qualche mio intervento veemente fatto in pubblico, come quello sul "Codice da Vinci": a volte se si tace si passa per conniventi, o si finisce per far credere che tutto sia indifferente».

Accomiatandosi dalla Chiesa di Genova, le ha raccomandato di restare "Chiesa di popolo". Cosa intendeva dire?

«Anche nelle diocesi c'è il rischio di élite che pretendono di dettare legge nella vita della Chiesa, non solo ai pastori ma anche al popolo di Dio, e trarre sue porzioni verso le loro tesi che vagheggiano chissà quale Chiesa sagomata a proprio gusto e misura. La Chiesa di Genova vive di un nutrimento sostanziale della vita di fede: sacramenti, liturgia, preghiera, devozioni popolari molto radicate. Una Chiesa che resta di popolo è una Chiesa che si nutre delle cose sostanziali della fede. Certo, deve camminare sulle strade del Concilio, ma senza complessi. Ciò che è stato seminato nei decenni scorsi, anche dal cardinale Siri, costituisce una dote formidabile per affrontare le sfide di oggi. Ma non deve snaturarsi, come nessun'altra Chiesa locale deve farlo».

Restiamo alla sua esperienza pastorale diretta. Cosa porta a Roma degli anni alla guida della Chiesa di Vercelli e poi di Genova, e della partecipazione attiva alla vita della Cei?

«Bisogna dire che la Chiesa italiana, in tutta la sua complessità, è una Chiesa esemplare, posta sul candelabro di fronte alle altre. Questo le impone certamente grandi responsabilità: dev'essere infatti una luce, una forza e una risorsa per le altre Chiese nell'aiuto pastorale, oltre che in quello materiale. Le diocesi italiane hanno inviato migliaia di operai della vigna nelle Chiese più povere di tutto il mondo, un esercito di sacerdoti, laici, suore, religiosi. Mi ha sempre affascinato questo slancio missionario che caratterizza tutta la Chiesa italiana. Un altro tratto importante è la sua collegialità: quella italiana è una Chiesa che ha lavorato molto insieme. A Genova ho insistito sulla spiritualità del "con", del fare le cose assieme, essere in comunione, condividere, vivere la fraternità. La collegialità è un grande esempio che il nostro episcopato offre ad altri».

Sono caratteristiche che avranno un'eco nel suo nuovo servizio?

«Certamente. La Segreteria di Stato, poi, è molto unita alla Cei per ciò che riguarda l'attenzione alle situazioni italiane. Si camminerà insieme».

Proprio Benedetto XVI sembra voler modellare una Chiesa sempre più collegiale sottolineando il ruolo del Sinodo e l'intenzione di convocare annualmente un Concistoro dei cardinali. Lei come pensa di aiutarlo?

«Anzitutto vorrei ricordare come la volontà espressa da Benedetto XVI di ascoltare e ricevere tutti i vescovi del mondo si fosse già tradotta in una precisa prassi di lavoro anche presso la Congregazione per la dottrina della fede. Erano il prefetto o il segretario stessi a ricevere i vescovi che giungevano in visita "ad limina" ed esponevano questioni, sfide e prospettive. Per questo aiuto c'era molta gratitudine tra i vescovi che giungevano a Roma. È uno stile che mi ha insegnato molto. Aggiungo che l'essere stato vescovo diocesano mi ha aiutato a capire quel che i vescovi vengono a illustrare. Gli stessi presuli venendo in Curia trovavano qualcuno che potesse comprenderli, che aveva il loro stesso sguardo, che sapeva portare esempi calzanti per la loro realtà tratti dalla propria esperienza pastorale. È un vero scambio di doni con le Chiese del mondo».

Restando in tema di collegialità, lei pensa che il Papa nel governare la Chiesa abbia presenti le valutazioni che i cardinali si scambiarono nelle Congregazioni che precedettero il Conclave?

«Il Papa ha una memoria straordinaria, anche sui dettagli più minimi, gli interventi, le idee, le persone. Le Congregazioni plenarie dei cardinali sono occasioni formidabili di analisi della situazione mondiale, interna ed esterna alla Chiesa. Ritengo che nessun'altra sede internazionale sappia esprimere una capacità di conoscenza altrettanto profonda, condivisa con una schiettezza assoluta tra i partecipanti. Il desiderio del Papa di riunire periodici Concistori corrisponde alla sua stima per questi consessi e al valore che gli attribuisce».

Si diceva della sua comunicativa, eminenza. Il ruolo che ora assume le suggerirà un qualche cambiamento?

«In qualcosa dovrò certamente modificare i miei interventi e il mio modo di parlare. Ho un rapporto immediato e positivo con gli operatori della comunicazione sociale, non mi nascondo mai. Da loro mi attendo solo una maggiore fedeltà e precisione sulle cose che si dicono... D'ora innanzi ogni mia parola verrà subito attribuita alla Santa Sede o al Papa, e dunque la prudenza e la discrezione saranno virtù fondamentali. La "parresìa" paolina, però, è parte della missione della Chiesa e anche di un segretario di Stato, che non può essere meno sincero o meno pronto all'annuncio evangelico. Certo, c'è stata da parte dei media una enfatizzazione di semplici frammenti di quel che ho detto o di aspetti marginali della mia vita. Ad esempio, mi è stato chiesto se farò ancora qualche telecronaca calcistica dopo le precedenti due in altrettante partite. Evidentemente non potrò, ma anche quegli interventi erano parte della mia attenzione a un mondo (lo sport, i giovani) sempre guardati con interesse dalla Chiesa e che ora rischiano di restarne lontani. Pochi poi sembrano ricordare che il mio primo intervento in uno stadio fu alla vigilia della Pasqua 2003, per il derby Sampdoria-Genoa: volevo ricordare ai 50 mila spettatori che il giorno dopo era la Pasqua del Signore».

Eminenza, qual è la sua invocazione più di frequente in questo periodo?

«Il versetto di un Cantico di Isaia: "Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio". È un'aspirazione che il pio ebreo esprimeva a Dio, e che sento particolarmente mia. Da quando ho avuto l'annuncio dell'intenzione da parte del Santo Padre di nominarmi segretario di Stato, ho iniziato a pregare tutte le mattine non solo per il Papa ma anche per i suoi collaboratori presenti e futuri, perché gli siamo fedeli. Mi sembra che la fedeltà al Papa sia il dono più grande che tutti coloro i quali collaborano con lui, dal più vicino al più distante, possono offrire alla Chiesa».