Lorenzo
Ornaghi
("Avvenire",
17/10/’07)
La "45ª
Settimana Sociale",
che domani si aprirà – come cent’anni fa – a Pistoia, suggella una storia
decisiva per i cattolici italiani e per il loro ruolo da protagonisti nella vita
del Paese. Al tempo stesso, la Settimana offre la testimonianza della realtà
del cattolicesimo italiano, la cui presenza nell’immediato futuro non potrà
che crescere e dispiegarsi sempre più positivamente, per il bene comune e nell’interesse
dell’Italia intera.
Una storia decisiva e irrinunciabile, innanzitutto. Perché è la secolare
vicenda di un cattolicesimo – ossia di cattolici in carne e ossa: illustri
esponenti, persone note e amate maggiormente o soltanto nella loro piccola
comunità locale, componenti umili e però impareggiabili ed essenziali del
popolo dei credenti – che non si è mai considerato estraneo, né mai si è
"straniato", dalle sorti dell’Italia e dalla responsabilità di
costruire insieme il domani di tutto il Paese. A questo cattolicesimo italiano
si deve, per una parte assai significativa, la modernizzazione dell’Italia fin
dagli albori del Novecento. E gli si deve anche il più serio tentativo – nei
primi decenni del secondo dopoguerra – di modernizzare la politica italiana.
Che è cosa più ampia, e per taluni aspetti ancora più importante, del
contributo alla sua democratizzazione, poiché comporta il toccarne le logiche e
i criteri più anticamente particolaristici e amorali, affermando e dimostrando
coi fatti, invece, che non solo è possibile, ma è anche politicamente utile
una politica quale fattore costitutivo e principale, oltre che prima
manifestazione e garanzia, dell’"ethos" pubblico del Paese.
Le giornate di Pistoia e Pisa, poi e in particolare, ci confermano anche la
vitalità e la consistenza dell’attuale cattolicesimo italiano, nei diversi
campi della società e dell’economia (e anche – bisognerebbe onestamente
aggiungere, quando la vista non sia deformata da pregiudizi o "faziosità" –
della cultura e della politica). Ma in queste giornate, soprattutto, occorrerà
chiedersi che cosa possiamo fare meglio e di più, rispetto alle responsabilità
a cui siamo chiamati.
Nel guardare al futuro prossimo e al "bene comune" dell’Italia, ci sostiene
certamente il patrimonio di idee e di esperienze vive costruito da personalità
come Armida Barelli e Giuseppe
Toniolo, che
significativamente verranno celebrati – mi è doveroso e caro qui ricordarlo,
per il loro profondissimo legame con l’"Ateneo dei cattolici italiani" – quali
testimoni della "Settimana Sociale". A un tale inestimabile patrimonio
siamo ora in grado di attingere con la sicurezza che il cattolicesimo italiano
si è fatto molto più consapevole del suo ruolo, della sua identità, della sua
effettiva unitarietà sulle grandi questioni etiche, antropologiche, culturali,
da cui verranno sempre più scanditi e segnati i cambiamenti, più o meno
inquietanti, da tempo già in atto.
Tocca a noi – per la nostra storia, per la nostra parte grande e significativa
dentro la società italiana – riporre mano a un disegno autenticamente
"politico", credibile e affidabile. E tocca a noi, cominciando proprio
dall’educazione dei giovani e dalla costruzione di luoghi efficaci per la loro
formazione (anche politica, certamente), che sono il solo argine quando
dovessero farsi più impetuose e pericolose le onde lunghe della cosiddetta
"anti-politica".
Sarebbe bello e importante se la maggior parte del Paese avvertisse – dai
risultati dei lavori della "45ª Settimana Sociale" – che proprio
dai cattolici stanno originando nuove idee, nuovi progetti. E che dal
cattolicesimo italiano, ancora una volta, sta venendo una ventata di freschezza.