I GESTI DELLA FEDE

A Lisbona un "Convegno" dei religiosi fondati da padre Dehon,
sul senso della «Theologia Cordis».

RITAGLI    Nel "Sacro Cuore" il volto umano di Dio    DOCUMENTI

I "Dehoniani" riflettono sulla "devozione".

ICONA DEL SACRO CUORE DI GESÙ.

P. Rinaldo Paganelli
("Avvenire", 26/3/’08)

Studiosi, teologi, responsabili della formazione dei "Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù" ("Dehoniani"), provenienti da tutta la Congregazione, si sono trovati a Lisbona tra il 9 e il 14 marzo per riflettere sulle «Prospettive di una "Theologia Cordis" oggi». I lavori sono stati introdotti dal Padre Generale, padre Josè Ornelas de Carvalho, che ha ricordato come la Congregazione abbia estremo bisogno di questa riflessione. Padre Leone Dehon ha cercato di rispondere in forma coerente e profonda ai problemi del suo tempo mediante due atteggiamenti "complementari": l’inserimento nelle grandi "correnti" della spiritualità, e una "creatività" pastorale come risposta alle sfide del suo tempo. Proprio perché eredi non soltanto del contenuto di questo patrimonio, ma anche dello Spirito di ricerca e di innovazione che è alle origini della Congregazione, si ha il compito di guardare alla "tradizione" con rigore e fedeltà, ma allo stesso tempo, interrogarsi sul modo di ridare vita e futuro all’eredità ricevuta. Il Seminario ha evidenziato come la spiritualità del "Cuore di Cristo" – tradizionalmente chiamata del "Sacro Cuore" – sia valutata in modo diverso dalla cultura moderna e anche dalla teologia contemporanea. Molti la considerano "intimista", superata e pertanto "irrilevante" per la odierna riflessione ed esperienza di fede. Alcuni prendono le sue espressioni tradizionali ("ora santa", atti di "riparazione", ecc…) e le propongono, lasciando da parte le questioni di "adeguamento" ai nuovi tempi. Altri si concentrano negli elementi biblici, "cristologici" e "antropologici" fondamentali, distinguendoli dalle espressioni di "epoca" e promuovendo un’"attualizzazione" del linguaggio e del culto. Modalità molto diverse e non sempre "componibili".
Ci sono però alcuni elementi che, dal punto di vista culturale e linguistico, possono aiutare a rivalutare la spiritualità del "Cuore di Cristo". In diverse culture il "cuore" continua ad essere un simbolo molto ricco. È sede del desiderio, dell’"io", della sensibilità morale e della memoria. Si continua a parlare di «uomo di cuore», di «cuore coraggioso», e della capacità di «agire con tutto il cuore». Nel linguaggio la simbologia del "cuore" è inoltre disponibile per esprimere gli aspetti più "tipici": amore, coraggio, interiorità, volontà. Vi è insomma un "patrimonio" ricchissimo che necessita di essere sviluppato per dare un nuovo "spessore" a questa centralità del cuore.
Il lavoro è giustificato, perché proprio la Sacra Scrittura offre passaggi interessanti per recuperare un linguaggio corretto e una simbologia "purificata". Nella Bibbia, il cuore designa il centro più profondo dell’essere, dove lo sguardo umano non penetra mai completamente. Il cuore si lascia percepire sempre "indirettamente", attraverso emozioni, intelligenza, orientamento della volontà e comportamenti. Sorgente di tutte le modalità di presenza e di azione, egli ne è l’autore "invisibile". Qualifica la persona in quello che è di "originale", unica e unificata nelle sue diverse potenzialità: in quello che comporta di responsabilità, con se stessa, nella relazione con gli altri, e più profondamente nel rapporto con Dio, che solo conosce veramente il cuore umano.
Parlare del cuore nella Scrittura vuol dire parlare di novità, di "riforme", di rinnovamento. È provocazione per "compromettersi" sempre più nel progetto di Dio, è realtà che può essere educata.
Quando il Nuovo Testamento ricorda con nome "proprio" alcuni cuori, in particolare quello di Maria e quello di Giuda, sembra che voglia "sintetizzare" il risultato che può avere l’implicazione della vita nel processo di essere disposti a lasciarsi "sedurre" da Dio e educare dal suo cuore. Un cuore per la vita, come quello di Maria che conserva la Parola e arricchisce la comunità, o un cuore per la morte, che si perde isolato nella notte.
La Scrittura ha molto da insegnare e la teologia può aiutare a superare la devozione solo "intimista". Infatti ci si è detti che la Parola in Cristo Gesù ha preso "consistenza", ed è nel "corpo" di Gesù che la dimensione invisibile del "verbo divino" si accorda con la dimensione sensibile del "verbo incarnato". Il corpo di Gesù si pone come elemento originario dell’"intelligibilità" e visibilità dell’azione di Dio. L’"intelligibile" e il sensibile non sono due cose separate, ma il diritto e il rovescio mediante i quali Dio passa direttamente all’incontro con l’uomo. Nel ripensare una «Theologia Cordis», il corpo vissuto di Gesù offre la possibilità di pensare nell’unità il tratto teorico e il tratto sensibile del cristianesimo. La devozione al "Sacro Cuore", con tutte le dimensioni "ambivalenti", chiede di recuperare la necessità di un’iscrizione storica dell’originalità di Dio e del suo essere Dio. Infatti l’iscrizione nella storia mediante l’incarnazione di Gesù Cristo, non rappresenta solo un inserimento passeggero, ma offre un "innesto" per un adeguato pensiero su Dio e per una rinnovata devozione al "Cuore di Gesù".
L’attenzione "intelligibile" e sensibile del cuore mette in rilievo che la ragione non può "autoproclamarsi" come unico dono; è chiamata ad "interagire" come compassione, allargando le funzioni del semplice "sapere" tecnologico e strumentale. Soltanto coniugata con la "sensibilità", la ragione sarà "sorgente" di umanità, di una cultura di vita; sarà capace di far sorgere una civiltà della "convivialità", aperta al dono, all’accoglienza e all’abbraccio.
Nel Seminario si sono mossi alcuni passi nella convinzione che una rinnovata teologia del "Cuore di Cristo" può contribuire a un significativo "approccio" del mistero umano del Dio incarnato, in sintonia con il carattere integrale dell’antropologia e teologia cristiana, di fronte alle "dicotomie" e "frammentazioni" moderne.