"ECCLESIA IN AFRICA"

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Senza mettersi in questione a fondo nel "cammino" della vita,
la "riconciliazione" è impossibile.

P. Marco Pagani*
("Mondo e Missione", Maggio 2009)

L'"ordine del giorno" del prossimo "Sinodo per l'Africa" è ora nelle mani di tutti. C'è solo da augurarsi che sia diffuso largamente nelle "Diocesi" e letto non solo dagli "addetti ai lavori". Non sarà facile, viste le condizioni in cui versa il "Continente" dal punto di vista economico, condizioni che rendono difficile la diffusione di testi e l'acquisto degli stessi da parte della gente. Qui in Camerun aspettiamo di vedere quanto le "Diocesi" saranno pronte a impegnare risorse finanziarie e di "personale" per questo lavoro di "coscientizzazione".
Ma iniziamo dalla fine del "Documento". È un tempo favorevole, è scritto, per "riconciliarsi" con Dio e i fratelli. Qui vi è, a mio avviso, una "sottolineatura" importante. Il tema di questo "Sinodo" rischia di essere letto, dai giornali, ma anche da alcuni settori della "Chiesa", solo in termini «politici». Ascoltare la parola «riconciliazione» fa immediatamente pensare a trattative "diplomatico-politiche". Almeno qui in
Africa. Ho partecipato ad alcuni incontri tra "religiosi" e "religiose", e l'accento è stato appunto questo.
Mentre ciò che viene sottolineato è che «questo tempo è favorevole a una riconciliazione di ciascuna persona con Dio e con gli altri, una riconciliazione che genera giustizia e pace».
Con Dio innanzitutto. Non si tratta di una "predica". Ma della consapevolezza che senza mettersi in questione a fondo nel cammino della vita, senza stare davanti a Dio, la riconciliazione è impossibile. Qui in Africa come altrove. Si possono e si devono fare "progetti diplomatici", "assemblee nazionali di riconciliazione", ma solo questo non toglie dal cuore dell'uomo lo spirito di "vendetta", che può covare sepolto sotto le "ceneri" per secoli. La ex Jugoslavia o il
Rwanda tragicamente ce lo testimoniano.
Solo Dio è ricco di "misericordia". Noi uomini non ne siamo capaci. Occorre essere chiari su questo punto, per non farsi delle illusioni. Non si tratta di "tattiche" da applicare, ma di "cuore". Per questo il testo insiste sul fatto che «i fedeli sono invitati a implorare lo Spirito Santo che ci ha riconciliati nel Figlio e che opera nel cuore degli uomini».
Ora queste parole si possono prendere o come delle "pie esortazioni", oppure sul serio, come la coscienza che la "Chiesa" ha di se stessa e dell'uomo. Anche quello di "buona volontà".
«Convinti che in un mondo "lacerato" da lotte e discordie [tu Dio] lo rendi disponibile alla riconciliazione, gli uomini offrono le loro sofferenze e operano affinché gli avversari si stringano la mano e i popoli si incontrino nella concordia (cfr. "2 Cor 5, 18"), poiché la civiltà dell'amore è un compito di cui nessuno si deve stancare». (
"Instrumentum Laboris")
Senza questo, il campo è lasciato libero ad "analisi sociologiche", anche in campo "ecclesiale", che possono essere utili per una lettura della realtà, ma che non generano sicuramente né perdono né riconciliazione.
Scriveva
Giovanni Paolo II nella sua "Enciclica" più dimenticata, quella sulla "misericordia": «La mentalità contemporanea (...) sembra opporsi al Dio di misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l'idea stessa della misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l'uomo, il quale, grazie all'enorme sviluppo della scienza e della tecnica (...) è diventato padrone ed ha "soggiogato" e dominato la terra. Tale dominio sulla terra, inteso talvolta "unilateralmente" e "superfìcialmente", sembra che non lasci spazio alla misericordia».
Sarebbe triste se questa mentalità moderna di "onnipotenza" fosse entrata anche nella "Chiesa".

* Missionario del "Pime" in Camerun