BANGLADESH

RITAGLI    ANDANDO    MISSIONE BANGLADESH

Succedono tante cose andando in giro per Khulna, grande città del Bangladesh.
Sr. Annamaria le raccoglie per noi.

Colorati risciò tra le casa di Khulna...
E Sr. Annamaria con un piccolo bengalese!

SR. ANNAMARIA PANZA
("Missionarie dell'Immacolata", Giugno-Luglio 2006)

A me è sempre piaciuto camminare, andare in giro a piedi, vedere la gente, le cose, le situazioni da vicino e, se possibile, fermarmi, chiedere, dialogare. Ma qui in Bangladesh, per la cultura e la tradizione forgiate dall'Islam, per una donna andare in giro non è semplice come sembra: bisogna tener conto degli orari, delle zone, delle strade... nel dubbio, consigliano sempre di non andare da sola.

Ma di tanto in tanto lo faccio lo stesso, soprattutto la domenica. Vado e torno dalla Messa in parrocchia, circa mezz'ora di strada a piedi, e ormai i proprietari dei negozietti del tè, i bambini che vanno a scuola, le donne con le brocche per attingere l'acqua, mi conoscono e mi salutano con un cenno del capo.

In particolare, le donne dello slum che incrocio proprio prima di arrivare alla chiesa sembra siano lì ad aspettarmi e con loro ormai non posso non fermarmi a scambiare due parole: i bambini, i mariti, cosa cucineranno per pranzo, cosa è accaduto nei giorni precedenti...

Una mattina una donna mi aspettava con un sari in mano. Pensavo che volesse vendermelo e invece voleva chiedermi se era di mio gusto quello che lei aveva comprato per sé!

Così, uscendo di casa, inizio a pregare per tutti quelli che incontrerò, tenendo anche presente il Vangelo del giorno.

La domenica delle Palme stavo pensando a Gesù che entra in Gerusalemme, osannato come re dalla folla, e poi a come tanto entusiasmo si tramuta in disprezzo e in insulti per un condannato a morte. È lo stesso Gesù, sono le stesse strade, eppure la gente non lo riconosce più, non lo vuole più riconoscere. E pensavo alle nostre strade, alla nostra gente, a Gesù... quando davanti a me ho visto "qualcosa" per terra: forse un cane morto. Possibile che ci sia un cane morto in mezzo alla strada e nessuno lo sposti? Avvicinandomi ho notato che non era un cane, ma una ragazzina! Sporca, malvestita... In un primo momento ho avuto paura ad andarle ancora più vicino: e se fosse morta? La faccia era piena di mosche. Mi sono fermata. Ho cercato di scacciare le mosche che le giravano intorno. E poi? Bisognava spostarla di lì, perché nessuno ci aveva pensato prima? Mi sono guardata in giro. Qualcuno passava, ma nessuno guardava dalla nostra parte. Le ho cacciato di nuovo le mosche dal viso, ho cercato di chiamarla. Si è fermato un uomo, un musulmano distinto, vestito bene, pronto per andare al lavoro. Ho chiesto a lui cosa si poteva fare. Non ha risposto, ma non è andato via: è rimasto lì. Alcuni ragazzi a torso nudo, che stavano andando alla fontana per lavarsi, si sono fermati. Ho chiesto loro di aiutarmi a spostarla dalla strada. Volevo proteggerla, darle un minimo di dignità. Dal cancello della casa di fronte è intervenuto un uomo, dicendo che la ragazza era muta, era pazza, non aveva un posto dove stare e che la sera precedente le avevano dato da mangiare. "Non possiamo spostarla?". "Non vale la pena, è pazza!". Ho cercato di svegliarla, ma niente da fare. Allora ho provato ad alzarla di peso e il signore distinto mi è venuto in aiuto, si è abbassato, ha cercato di sollevare la ragazza, si è sporcato. I ragazzi stavano immobili a guardare. Com'è che un uomo più anziano, di grado socialmente più elevato osa abbassarsi, sporcarsi le mani? Com'è che non comanda ai ragazzi di spostare la ragazza, ma si presta lui stesso? So bene che qui chi è "in alto" non si abbassa a fare qualcosa di umile, se c'è qualcuno di rango inferiore che può farlo.

Piano piano la ragazza si è ripresa e siamo riusciti a portarla fino alla veranda della chiesetta lì vicino. L'uomo ha avuto cura di farla sedere dove poteva appoggiarsi e si è assicurato che non cadesse. Prima di andarsene, mi ha guardato. "Thank you, sister!". "Grazie a lei!".

Sì, grazie per l'aiuto, ma soprattutto per la testimonianza di aver saputo umiliarsi davanti a quei ragazzi e arrivare sporco al lavoro per un gesto di carità. Grazie a lui e grazie a Dio per questo nostro incontro.

Passeggiavo all'interno di un grande giardino dove ha sede un'organizzazione cristiana contro la lebbra, quando il conducente di un risciò mi ferma con le solite domande: chi sono, da dove vengo, cosa faccio... Rispondo e anch'io faccio le medesime domande: chiedo dove abita, con chi vive, se il lavoro che fa gli permette di vivere... Finché capisco il motivo della conversazione: "Sister, io sono cristiano!". Non è facile incontrare cristiani in Bangladesh, anzi! Solitamente vedendo una suora si presentano; credo sia un modo per rafforzare anche la loro identità e per manifestare una gioia che di solito rimane nascosta tra quattro mura. Così scopro che sono 30 anni che è diventato cristiano: prima era indù e poi, vedendo la testimonianza dei cristiani, il loro servizio ai lebbrosi, la loro vita, si è avvicinato per conoscere la loro religione. Cinquanta famiglie del suo villaggio sono diventate cristiane. Qualcuno ha malignato, ipotizzando che lo abbiano fatto per interessi economici: "Ma non è vero, sister! Noi continuiamo a ringraziare il Signore per questo grande dono e chiediamo che benedica tutti". In effetti, visto che per vivere deve tuttora tirare il risciò, ci credo che non abbia avuto molti benefici economici dall'essere diventato cristiano. Lui è diventato cristiano per la testimonianza di altri cristiani e io sento che la mia fede cresce vedendo la sua gioia e la sua fierezza.

La testimonianza data e ricevuta... quante volte quel Gesù che "balbettiamo" con la fragilità dei nostri gesti ci è ridonato, tornando a noi come un boomerang nella bellezza della testimonianza di persone di altre fedi. È lo Spirito in azione.

Un giorno due donne ricoverate nel nostro ospedale mi raccontano che da quando si era saputo che erano malate di tubercolosi, a parte i familiari più stretti, nessuno più si era fatto vedere a casa e tanto meno in ospedale. "Sister, adesso non li consideriamo più come nostri parenti. Quando torneremo a casa guarite, non andremo a trovare nessuno, soprattutto se saranno malati loro; così capiranno il male che ci hanno fatto". E io cerco di giustificare i parenti che hanno avuto paura di ammalarsi, che non conoscono la malattia. "No, sister, per noi è come se loro fossero morti!". "Ma Allah non è misericordioso con voi? Allah non perdona? Nel nostro libro sacro, la Bibbia, c'è scritto di vincere il male con il bene, di fare del bene a chi ci fa del male, per far conoscere l'immenso e gratuito amore di Dio". Silenzio. Si guardano. "Anche nel Corano, sister, c'è scritto di perdonare chi ci fa del male".

Una delle due donne, guarita, è tornata a casa. Venuta per un controllo mi racconta che i suoceri la trattano male, la continuano a offendere, pretendono di più di quanto lei può dare, perché è ancora debole. "E tu non ti ribelli? Vai un po' a casa dai tuoi genitori, vedrai poi che cambieranno". "Un giorno, sister, abbiamo parlato di perdono, ricordi? Ora, con l'aiuto di Allah, cerco di metterlo in pratica e forse anche i miei suoceri capiranno".