BANGLADESH

RITAGLI     TRACCE NEL CUORE     MISSIONE BANGLADESH

Sr. Annamaria, Missionaria dell'Immacolata in Bangladesh,
racconta alcuni incontri quotidiani che hanno lasciato un segno nella sua vita.

Giovani in Bangladesh:
sguardi profondi che restano nel cuore!

Sr. Annamaria Panza
("Missionarie dell’Immacolata", Giugno-Luglio 2007)

Usanze

In ospedale, come al solito, i pazienti non mancano, e così si viene a conoscere la vita di tante persone; questi incontri mi aiutano a vivere meglio, a riflettere su come vivo, su quanto ho ricevuto, su quanto sono disposta a donare. In queste sere ci sono sempre due ragazze che mi aspettano per chiacchierare dopo il lavoro. Pollobi, una ragazza indù con il morbo di Hansen, che ogni anno viene a trascorrere uno o due mesi da noi per le medicazioni e la fisioterapia necessaria, perché ha un piede che riesce a muovere solo grazie ad una protesi. L'anno scorso mi diceva triste che non si sarebbe mai sposata a causa della sua malattia, dato che la credenza indù considera le malattie come punizioni per i peccati commessi nelle vite precedenti. Pollobi ha studiato, spesso la vedo leggere, è carina e, se non ci si fa caso, non si nota nemmeno che ha la protesi per il piede...! Quest'anno non ho avuto ancora modo di parlarle seriamente, di chiederle come sta "dentro", ma si vede che soffre molto. Speriamo che riesca a trovare un bravo ragazzo che, nonostante la sua malattia, la voglia sposare.

L'altra ragazza, invece, è la figlia dodicenne di una nostra paziente malata di TBC. Mamma e figlia sembrano due sorelle, sicuramente la mamma l'ha avuta giovanissima. Da due anni, da quando sua mamma si è ammalata, è lei che accudisce il papà e i quattro fratellini. Ha studiato fino alle medie ed è ancora una bambina spensierata, ma la vita l'ha già resa donna. Anche lei è proprio carina e tutte le sere ha una scusa pronta per fermarmi e parlare, mi accoglie con dei fiori e, visto che una volta io li ho messi davanti alla statua della Madonna che abbiamo in giardino, ora è lei che li mette ai suoi piedi. Maria, presso la quale le due ragazze si siedono ogni giorno a chiacchierare, a guardare la gente che passa, a condividere i propri sogni, sicuramente le prende sotto la sua protezione e donerà loro il coraggio e la speranza necessari per portare avanti la loro vita.

Una notte è morto il papà di Joydeb, un ragazzo indù che lavora da noi. Il padre aveva un tumore al polmone e sapevamo che sarebbe morto presto. Al mattino Joydeb è venuto di persona in ufficio per avvertirci e il colloquio con lui mi rimarrà impresso per tutta la vita.

Appena mi ha vista si è scusato per come era vestito: alla morte del padre per 15 giorni i figli devono "portare il lutto", cioè vestire solo il "longhi", il panno di cotone bianco che indossava Gandhi, e andare in giro a torso e piedi nudi. Era in imbarazzo, continuava a scusarsi e mi raccontava le tante regole imposte dalla sua religione. Ogni giorno dopo il bagno, che d'abitudine si fa all'ora di pranzo, può indossare un altro indumento aspettando che il "longhi" si asciughi e poi lo deve reindossare. A pranzo può mangiare solo riso bollito senza sale e alla sera un altro cibo a base di verdura lessata. I figli mangiano dopo che tutti gli altri hanno terminato; solitamente per primi mangiano gli uomini, poi i bambini e infine le donne, e si deve finire tutto quello che c'è, che sia poco o sia tanto, inoltre devono recitare alcune preghiere e fare delle offerte. Così per 15 giorni, durante i quali devono restare il più possibile a casa. Poi viene il sacerdote indù a verificare se sono stati adempiuti tutti i riti; in caso affermativo gli uomini si radono a zero barba e capelli, che hanno lasciato crescere per 15 giorni, e possono riprendere la vita normale, altrimenti devono ricominciare tutto il rituale da capo.

Il ragazzo mi diceva che avrebbe voluto venire a lavorare, perché, essendo pagato a giornata, se non lavorava perdeva i soldi, ma affermava: "Come faccio, a piedi nudi e vestito così, a presentarmi davanti alla gente?". Mi ha fatto molta pena per il peso che provava nel dover seguire quelle regole.

Bambini

Dovevo andare a Khalishpur e, mentre ero vicina alla ferrovia, mi si sono avvicinati quattro bimbetti dello "slum", di 4 o 5 anni. Mi ha sorpreso che parlassero in inglese: "Hello, how are you? Where are you going?" ("Come stai? Dove vai?"). Sono stata al gioco e ho risposto in inglese, ma ho subito notato che conoscevano solo alcune frasi di circostanza. Infatti la richiesta successiva è stata: "You give money!" ("Dacci dei soldi!"). Ho pensato che fosse bene tornare alla lingua bengalese e parlare d'altro. Così abbiamo chiacchierato su dove abitavano, mi hanno detto i loro nomi e che tutto il giorno andavano in giro insieme a "fare" cose diverse. Poi il più audace è tornato alla carica: "Se non ci dai i soldi, dacci le pastiglie!". "Che pastiglie?". "Quelle che fanno passare la fame e fanno dormire". Mi si è chiuso lo stomaco. "Ma dove le trovate quelle pastiglie?". "Dei signori stranieri ce le danno. Anche tu sei straniera, guarda nella borsa per vedere se ce le hai". Mi sono trovata spiazzata, non sapevo come continuare la conversazione e pensavo di comprare loro qualcosa da mangiare. Da un negozietto sulla strada degli uomini ci hanno visto, hanno sgridato i bambini che, secondo loro, mi "importunavano". Loro sono scappati salutandomi... e io ho continuato per la mia strada, provando un forte senso di impotenza e tristezza.

Una mattina, mentre andavo a Messa, mi hanno fermato dei bambini di uno "slum". Uno, di circa 9 anni, aveva in mano un disegno, una mucca con il vitello e una donna che la mungeva, stampato e colorato con le matite e lo stava mostrando ai compagni. Non capendo perché me lo facesse vedere, continuando a dirmi che era bello e a chiedermi se mi piacesse, gli ho chiesto se l'aveva colorato lui. Mi ha detto di no, che però era bello lo stesso. Alla domanda come mai fosse così prezioso per lui, mi ha detto che suo papà lo aveva trovato sulle rotaie del treno, mentre raccoglieva quello che buttano dai finestrini per rivenderlo, e glielo aveva portato a casa. Non ho avuto il coraggio di chiedergli se andava a scuola e se c'erano libri in casa sua!

Fede semplice

Tornando da Messa, mi ha fermato il papà di un ragazzo che conosco. Mi ha detto che lavora in una

fabbrica di "juta" e che da 4 mesi non riceve lo stipendio. Il giorno prima aveva dovuto ricoverare la moglie all'ospedale per un'operazione e, non essendoci qui assistenza gratuita, i costi sono altissimi. Stava andando a iscrivere la figlia minore a scuola: altri soldi per l'iscrizione, i libri, la divisa...

Non si lamentava, chiedeva solo di pregare per lui affinché riuscisse a fare tutto nel migliore dei modi e soprattutto di ringraziare il Signore con lui, perché la sua famiglia era unita e c'era amore tra loro e in un modo o nell' altro sarebbero riusciti ad andare avanti.

Queste situazioni sono all'ordine del giorno. Vedendo come vive la gente, si desidera aiutare tutti, dare un lavoro a tutti, mandare tutti i bambini a scuola, dare cibo, medicine... noi preghiamo e facciamo il poco che riusciamo.

Il Signore mi ha mandato qui, e qui io mi accorgo che Lo incontro, che mi provoca, che continuamente mi invia per annunciare a questa gente la sua Buona Novella, e bisogna essere creativi per farlo!