MARTIRE DELLA FEDE

La sorella Maddalena presenzierà alla Messa di Martedì.
Nella capitale numerose iniziative.
Sarà benedetta una lapide in sua memoria,
sulla facciata della Chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio.

RITAGLI    «Don Andrea,    DON ANDREA SANTORO
testimone di una Chiesa viva»

Due anni fa l’omicidio in Turchia del prete romano.
A Trabzon il ricordo con i vescovi Paglia e Padovese.

DON ANDREA SANTORO, Missionario "fidei donum" in Turchia. Don Andrea Santoro celebra Messa sul Mar Nero: alle sue spalle, la città di Trabzon (Foto Gabriella Nocita).

DON ANDREA SANTORO
(1946-2006)

Da Roma, Danilo Paolini
("Avvenire", 3/2/’08)

Già due anni. Era il pomeriggio del 5 Febbraio 2006, una Domenica, quando Don Andrea Santoro fu ucciso mentre pregava, inginocchiato all’ultimo banco della Chiesa di Santa Maria a Trabzon (Trebisonda), in Turchia. Martedì, in quella stessa parrocchia che dirigeva, il sacerdote romano sarà ricordato con una Messa dalla piccola comunità cristiana locale e da altri fedeli provenienti da altre zone dell’Anatolia. Ci sarà la sorella Maddalena, concelebreranno Monsignor Vincenzo Paglia, per la Diocesi di Roma, e Monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico dell’Anatolia.
Aveva 60 anni, Don Andrea, molti passati in quella terra, così ricca di radici cristiane eppure oggi così "difficile" per i pochi fedeli di Gesù, spesso "sorda" al messaggio di pace e di fratellanza portato dalla Chiesa. Fu un ragazzino appena sedicenne, in nome del "fanatismo" o di chissà cosa, a macchiarsi del suo sangue impugnando una pistola. La giustizia turca lo ha condannato a 18 anni di carcere, però non ha nemmeno indagato sulla possibilità che la sua mano sia stata armata da "mandanti". Magari gli stessi che potrebbero aver commissionato l’omicidio di Hrant Dink, giornalista e scrittore che si batteva per i diritti delle minoranze, ucciso a Istanbul all’inizio dello scorso anno da un altro "killer" giovanissimo, proveniente anche lui da Trabzon.
Ma la famiglia di Don Santoro non è mai voluta entrare nelle questioni giudiziarie. Già il giorno del funerale di quel figlio e fratello tanto amato, l’anziana mamma Marietta Polselli e le sorelle Imelda e Maddalena avevano perdonato il "sicario", «essendo anche lui un figlio dell’unico Dio che è amore». Di quell’amore e per quell’amore è vissuto e morto Don Santoro. Lo testimoniano una volta di più i due scritti "inediti" che pubblichiamo in questa pagina. Spiega Monsignor Padovese: «Don Andrea ha dato con la sua vita la testimonianza di una Chiesa, quella turca, che è viva e mantiene profonde radici nella storia, nonostante le difficoltà».
Diversi anche i momenti di ricordo e di raccoglimento a Roma. Oggi alle 18 nella Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, con una celebrazione eucaristica presieduta dal Direttore della "Caritas diocesana" Monsignor Guerino Di Tora, che sarà seguita dall’esecuzione dell’opera di musica sacra "Donum Fidei", scritta «per Don Andrea Santoro martire a Trebisonda» dal Maestro Mirco De Stefani. Martedì, invece, il prete «che aveva preso tremendamente sul serio Gesù Cristo», come disse il
Cardinale Camillo Ruini officiando il rito funebre, sarà ricordato nelle parrocchie romane. In quella dei Santi Fabiano e Venanzio a San Giovanni, dove Don Andrea fu parroco, sarà benedetta una "lapide" in sua memoria posta sulla facciata della Chiesa e celebrerà Monsignor Khaled Akasheh, del "Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso".
Nell’altra parrocchia che fu affidata a Don Santoro, quella dedicata a "Gesù di Nazareth" al Tiburtino, la celebrazione sarà presieduta dal Vescovo ausiliare Enzo Dieci.

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TOP   LA SUA PREGHIERA

«Tienici uniti nella diversità.
Benedici questa terra.
Donaci d’essere benedizione»
 

Don Andrea, spesso, esprimeva i suoi sentimenti, le sue aspirazioni
e il senso della propria missione in forma di preghiera.
Questo brano inedito è stato trovato tra i suoi scritti
dei primi mesi in Anatolia
come sacerdote "Fidei Donum" della diocesi di Roma.

Signore, benedici i tuoi figli che desiderano solo servirti servendo quelli che tu hai loro affidato. Effondi su di noi il tuo Spirito perché possiamo farlo "traboccare" con abbondanza.
Tienici uniti nella nostra diversità: non così uniti da spegnere la diversità, non così diversi da soffocare l’unità. Compi in noi il miracolo della tua unità: tu "Uno" nella sostanza eppure "trino" nella relazione personale. Donaci la tua fecondità di Padre, la tua donazione di Figlio, la tua effusione di Spirito, perché il mondo creda che tu ci hai mandato e perché ci sia dato di amarlo questo mondo, di "rigenerarlo" con te, di portarlo stretto a noi come una madre porta stretto a sé il proprio figlio. Donaci di amarti e di svuotarci per te per riempirci di te. Benedici questa terra già benedetta e donaci di essere per essa una benedizione. Donaci quella benedizione che in essa lasciarono, calpestandola, i patriarchi, gli Apostoli, Maria, e tutti i nostri padri nella fede.

Don Andrea, prete di Roma, a Urfa (29/4/2001)

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Questo brano è tratto dalle testimonianze raccolte nel "DVD"
«La fede è partenza».

Una confessione personale: undici anni fa, la prima volta in cui venni in Turchia, venni con questo intento: vedere, toccare con mano le fatiche degli Apostoli.
La vastità della terra, i viaggi, gli spostamenti mi hanno convinto che davvero hanno amato perché hanno tanto faticato. Io aggiungerei la mia piccola fatica alla loro, il mio piccolo contributo per far camminare la Parola di Gesù in questo mondo.
Certo nasce una domanda molto seria quando si sta qui: "Ma sono davvero cristiano?".
Non posso parlare, non posso fare, non ho molto da agire. Ma allora chi sono? Cosa ho dentro?
E poi in che maniera la verità del tuo essere prete precede il manifestarsi del tuo essere prete?
Mi ha cambiato tutto questo.
Credo che mi abbia migliorato.
Mi ha fatto riscoprire nella povertà, nella "pochezza", nella solitudine, nel nascondimento le "sorgenti" nascoste. Se tra te e Dio c’è qualcosa, questo si manifesta. Se ami gli altri pur non potendo fare, se li ami davvero, se ogni parola, ogni sorriso, ogni saluto, ogni apertura di porta è un atto d’amore sincero, gioviale, allegro, spontaneo, limpido, pulito, allora veramente vuol dire che ami...
Dobbiamo mostrare il nostro amore che ci "trapassa" il cuore e che si "infigge" anche nelle nostre mani perché non c’è dono di Gesù, non c’è dono del Padre che non passi attraverso una "moneta" che è il dono della nostra vita, che è il dono di amare oltre misura, amando anche chi non ci ama, servendo chi non ci serve, dando la vita anche a chi a volte ce la rende impossibile.
In che modo ancora possiamo proseguire questa nostra "partenza"? Armati dello stesso "bagaglio" di Paolo: il nome di Gesù, il nome del Salvatore, del Riconciliatore, del Rappacificatore, un nome nel cui sangue noi siamo radunati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; un nome nel cui sangue siamo disposti a dare il nostro sangue "riseminando" la stessa Parola.

Don Andrea Santoro,
sacerdote "Fidei Donum" della Diocesi di Roma in Turchia