MARTIRE DELLA FEDE
La sorella
Maddalena presenzierà alla Messa di Martedì.
Nella capitale numerose iniziative.
Sarà benedetta una lapide in sua memoria,
sulla facciata della Chiesa dei Santi Fabiano e Venanzio.
«Don
Andrea,
![]()
testimone di una Chiesa viva»
Due anni fa l’omicidio
in Turchia del prete romano.
A Trabzon il ricordo con i vescovi Paglia e Padovese.
![]() |
DON ANDREA SANTORO |
Da
Roma, Danilo Paolini
("Avvenire",
3/2/’08)
Già due anni. Era il
pomeriggio del 5 Febbraio 2006, una Domenica, quando Don
Andrea Santoro fu
ucciso mentre pregava, inginocchiato all’ultimo banco della Chiesa di Santa
Maria a Trabzon
(Trebisonda), in Turchia.
Martedì, in quella stessa parrocchia che dirigeva, il sacerdote romano sarà
ricordato con una Messa dalla piccola comunità cristiana locale e da altri
fedeli provenienti da altre zone dell’Anatolia. Ci sarà la sorella Maddalena,
concelebreranno Monsignor Vincenzo
Paglia, per la Diocesi di
Roma, e Monsignor
Luigi Padovese, Vicario
Apostolico dell’Anatolia.
Aveva 60 anni, Don Andrea, molti passati in quella terra, così ricca di radici
cristiane eppure oggi così "difficile" per i pochi fedeli di Gesù,
spesso "sorda" al messaggio di pace e di fratellanza portato dalla
Chiesa. Fu un ragazzino appena sedicenne, in nome del "fanatismo" o di chissà
cosa, a macchiarsi del suo sangue impugnando una pistola. La giustizia turca lo
ha condannato a 18 anni di carcere, però non ha nemmeno indagato sulla
possibilità che la sua mano sia stata armata da "mandanti". Magari gli stessi che
potrebbero aver commissionato l’omicidio di Hrant Dink, giornalista e
scrittore che si batteva per i diritti delle minoranze, ucciso a Istanbul all’inizio
dello scorso anno da un altro "killer" giovanissimo, proveniente anche
lui da Trabzon.
Ma la famiglia di Don Santoro non è mai voluta entrare nelle questioni
giudiziarie. Già il giorno del funerale di quel figlio e fratello tanto amato,
l’anziana mamma Marietta Polselli e le sorelle Imelda e Maddalena avevano
perdonato il "sicario", «essendo anche lui un figlio dell’unico Dio
che è amore». Di quell’amore e per quell’amore è vissuto e morto Don
Santoro. Lo testimoniano una volta di più i due scritti "inediti" che
pubblichiamo in questa pagina. Spiega Monsignor Padovese: «Don Andrea ha dato
con la sua vita la testimonianza di una Chiesa, quella turca, che è viva e
mantiene profonde radici nella storia, nonostante le difficoltà».
Diversi anche i momenti di ricordo e di raccoglimento a Roma. Oggi alle 18 nella
Basilica di Santa Cecilia in Trastevere, con una celebrazione eucaristica
presieduta dal Direttore della "Caritas diocesana" Monsignor Guerino
Di Tora, che sarà seguita dall’esecuzione dell’opera di musica sacra
"Donum Fidei", scritta «per Don Andrea Santoro martire a Trebisonda»
dal Maestro Mirco De Stefani. Martedì, invece, il prete «che aveva preso
tremendamente sul serio Gesù Cristo», come disse il Cardinale Camillo Ruini
officiando il rito funebre, sarà ricordato nelle parrocchie romane. In quella
dei Santi Fabiano e Venanzio a San Giovanni, dove Don Andrea fu parroco, sarà
benedetta una "lapide" in sua memoria posta sulla facciata della Chiesa e
celebrerà Monsignor Khaled Akasheh, del "Pontificio Consiglio per il
dialogo interreligioso".
Nell’altra parrocchia che fu affidata a Don Santoro, quella dedicata a
"Gesù di Nazareth" al Tiburtino, la celebrazione sarà presieduta dal
Vescovo ausiliare Enzo Dieci.
.
LA SUA PREGHIERA
«Tienici
uniti nella diversità.
Benedici questa terra.
Donaci d’essere benedizione»
Don Andrea,
spesso, esprimeva i suoi sentimenti, le sue aspirazioni
e il senso della propria missione in forma di preghiera.
Questo brano inedito è stato trovato tra i suoi scritti
dei primi mesi in Anatolia
come sacerdote "Fidei Donum" della diocesi di Roma.
Signore, benedici i tuoi figli
che desiderano solo servirti servendo quelli che tu hai loro affidato. Effondi
su di noi il tuo Spirito perché possiamo farlo "traboccare" con abbondanza.
Tienici uniti nella nostra diversità: non così uniti da spegnere la
diversità, non così diversi da soffocare l’unità. Compi in noi il miracolo
della tua unità: tu "Uno" nella sostanza eppure "trino" nella relazione
personale. Donaci la tua fecondità di Padre, la tua donazione di Figlio, la tua
effusione di Spirito, perché il mondo creda che tu ci hai mandato e perché ci
sia dato di amarlo questo mondo, di "rigenerarlo" con te, di portarlo stretto a
noi come una madre porta stretto a sé il proprio figlio. Donaci di amarti e di
svuotarci per te per riempirci di te. Benedici questa terra già benedetta e
donaci di essere per essa una benedizione. Donaci quella benedizione che in essa
lasciarono, calpestandola, i patriarchi, gli Apostoli, Maria, e tutti i nostri
padri nella fede.
Don Andrea, prete di Roma, a Urfa (29/4/2001)
.
Questo brano
è tratto dalle testimonianze raccolte nel "DVD"
«La fede è partenza».
Una confessione personale:
undici anni fa, la prima volta in cui venni in Turchia, venni con questo
intento: vedere, toccare con mano le fatiche degli Apostoli.
La vastità della terra, i viaggi, gli spostamenti mi hanno convinto che davvero
hanno amato perché hanno tanto faticato. Io aggiungerei la mia piccola fatica
alla loro, il mio piccolo contributo per far camminare la Parola di Gesù in
questo mondo.
Certo nasce una domanda molto seria quando si sta qui: "Ma sono davvero
cristiano?".
Non posso parlare, non posso fare, non ho molto da agire. Ma allora chi sono?
Cosa ho dentro?
E poi in che maniera la verità del tuo essere prete precede il manifestarsi del
tuo essere prete?
Mi ha cambiato tutto questo.
Credo che mi abbia migliorato.
Mi ha fatto riscoprire nella povertà, nella "pochezza", nella
solitudine, nel nascondimento le "sorgenti" nascoste. Se tra te e Dio
c’è qualcosa, questo si manifesta. Se ami gli altri pur non potendo fare, se
li ami davvero, se ogni parola, ogni sorriso, ogni saluto, ogni apertura di
porta è un atto d’amore sincero, gioviale, allegro, spontaneo, limpido,
pulito, allora veramente vuol dire che ami...
Dobbiamo mostrare il nostro amore che ci "trapassa" il cuore e che si
"infigge" anche nelle nostre mani perché non c’è dono di Gesù,
non c’è dono del Padre che non passi attraverso una "moneta" che è
il dono della nostra vita, che è il dono di amare oltre misura, amando anche
chi non ci ama, servendo chi non ci serve, dando la vita anche a chi a volte ce
la rende impossibile.
In che modo ancora possiamo proseguire questa nostra "partenza"? Armati dello
stesso "bagaglio" di Paolo: il nome di Gesù, il nome del Salvatore,
del Riconciliatore, del Rappacificatore, un nome nel cui sangue noi siamo
radunati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; un nome nel cui
sangue siamo disposti a dare il nostro sangue "riseminando" la stessa Parola.
Don
Andrea Santoro,
sacerdote "Fidei Donum" della Diocesi di Roma in Turchia