La lettera di 138 "saggi" musulmani ai "leader" cristiani

RITAGLI    Un segnale incoraggiante    MISSIONE AMICIZIA
da un mondo in conflitto

Giorgio Paolucci
("Avvenire", 17/10/’07)

La "lettera aperta" indirizzata il 13 ottobre da un folto gruppo di esponenti religiosi musulmani al Papa e ad altre autorità delle diverse confessioni cristiane è un segnale importante, che si presta a differenti letture. L’obiettivo a cui si guarda è la pace: sono musulmani e cristiani più della metà degli abitanti del pianeta, senza concordia tra loro la convivenza è a rischio. Due le basi su cui si chiede di costruire le basi di un confronto e di un dialogo: il riconoscimento dell’unicità di Dio e l’amore per il prossimo.
C’è anzitutto da rilevare l’ampiezza del fronte dei firmatari: 138 persone di 43 nazionalità, membri autorevoli delle diverse scuole giuridiche e tendenze presenti nella "galassia" islamica: sunniti, sciiti, ismailiti, ibaditi, jaafari, sufi. È il segno di una volontà diffusa e trasversale, anche se non va dimenticato che l’islam è una religione senza una gerarchia universalmente riconosciuta e quindi nessuno può arrogarsi il ruolo di rappresentante istituzionale.
Un’altra interessante novità viene dalla citazione di brani dell’Antico e del Nuovo Testamento e dal fatto che Gesù è menzionato in riferimento ai Vangeli e non al Corano, come invece solitamente accade. Anche il tono, dialogico e spirituale, appare lontano da quello polemico – e talvolta accusatorio – che dominava nei numerosi pronunciamenti fatti dopo il discorso di
Benedetto XVI a Ratisbona. Come si vede, sono più d’uno gli elementi che inducono a guardare con speranza a un documento che arriva da questo «fronte dei volonterosi».
Ma un approccio realistico e scevro da facili quanto pericolosi "irenismi" richiede di prendere in considerazione anche altri elementi. La lettera aperta cita versetti del Corano concilianti e aperti, ma chi conosce il testo sacro dei musulmani sa quanto esso sia facilmente manipolabile e quante altre "sure" siano utilizzabili (e utilizzate) per incitare all’odio. La «lettura selettiva» può nascondere un intento "apologetico", e la possibile strumentalizzazione del Corano è legata all’approccio "letteralista" e formalista che umilia il ruolo della ragione ed esalta il "fideismo" cieco.
Nel messaggio ci sono assenze che pesano: non si fa cenno, ad esempio, al nodo cruciale della libertà religiosa – compresa quella di convertirsi a una fede diversa dall’islam, considerata peccato e al tempo stesso reato dal codice penale di molti Stati – né alla violenza perpetrata in nome di Dio: sono due aspetti non marginali di qualsiasi confronto interreligioso autentico che non non si limiti a nascondere sotto il tappeto i problemi che la realtà ci mette sotto gli occhi in maniera pressante e drammatica.
Accanto alle assenze, troviamo allusioni significative. L’appello sembra avere due gruppi di destinatari: si rivolge esplicitamente alle autorità delle diverse confessioni cristiane, e in maniera implicita al mondo musulmano nel quale è in corso da tempo un conflitto tra le tendenze più aperte al confronto – di cui i 138 «volonterosi» sono, seppure con diverse, sfumature, una significativa espressione – e quelle radicali che forniscono giustificazioni «teologiche» alle gesta dei terroristi e che stanno guadagnando consensi tra le masse. È facile cogliere un riferimento ai "jihadisti" nella frase rivolta a quanti «provano piacere nel conflitto e nella distruzione, o stimano che alla fine riusciranno a vincere». A costoro si ricorda che «anche le nostre anime eterne sono in pericolo se non riusciremo a fare sinceramente ogni sforzo per la pace e giungere a un’armonia condivisa». C’è dunque più di un motivo per auspicare che l’appello indirizzato al mondo cristiano – e, più o meno esplicitamente, all’Occidente a cui viene quasi sempre associato – trovi l’eco e la diffusione che merita anche nei Paesi islamici.
E non si può che unirsi all’auspicio con cui esso si conclude: «Facciamo in modo che le nostre differenze non provochino odio e conflitto tra noi.
Rispettiamoci e viviamo in pace sincera, nell’armonia e nella benevolenza reciproca». Vista l’aria che tira in buona parte del mondo musulmano e le preoccupazioni che crescono nelle società occidentali, è un segnale incoraggiante e da incoraggiare.