Scartando i modelli «assimilazionista» e «multiculturalista»

RITAGLI    La "terza via" italiana    DOCUMENTI
nelle politiche dell’immigrazione

Giorgio Paolucci
("Avvenire", 13/1/’08)

Se c’è un mondo che sfugge agli stereotipi "mediatici" e sociologici con cui troppo spesso si cerca di "incapsulare" la realtà, è quello giovanile. E questo vale a maggior ragione per l’universo dei giovani migranti, ai quali è dedicata la "Giornata mondiale delle migrazioni" che la Chiesa celebra oggi. Si può parlare di loro evocando le immagini delle "banlieues" francesi messe a ferro e fuoco, o l’emergenza criminalità che in questi giorni ha indotto la Cancelliera tedesca Merkel a proporre «campi di rieducazione» per stranieri. Sono i casi estremi di una generazione che sembra non riconoscersi nel Paese dove è cresciuta e che vuole affermare – anche con l’urlo della disperazione e della violenza – un’irriducibile "alterità".
Ma, sempre restando nell’universo giovanile, si possono – e si devono – prendere come riferimento anche i protagonisti meno appariscenti e sempre più numerosi di quella silenziosa convivenza che si realizza nelle scuole, dove si impara a conoscere l’altro. In Italia sono mezzo milione gli stranieri che siedono tra i banchi e rappresentano il 5,6 per cento della popolazione scolastica, dieci anni fa erano solo 70mila, meno dell’1 per cento. Le classi "multietniche" salgono alla ribalta come una realtà con cui ci si deve inesorabilmente misurare, e spesso fanno risaltare l’inadeguatezza degli strumenti didattici messi a disposizione dalle istituzioni, ma soprattutto la debolezza di una proposta di integrazione che fa parte di quella più generale «emergenza educativa» assurta (finalmente) a questione nazionale. È soprattutto nella scuola – misurandosi con quanto viene a galla nell’esperienza quotidiana, prima che con gli schemi teorici messi a punto dagli esperti – che si può costruire una nuova "convivialità", la vera arma capace di prevenire sia l’emarginazione sia la logica dei "ghetti".
In campo migratorio, in questi anni abbiamo assistito in Europa al fallimento dei due modelli finora prevalenti: quello "assimilazionista" di stampo francese – che pretende di annullare le diversità in nome di una "laicità" assurta al rango di "nuova religione" – e quello "multiculturalista" adottato in Gran Bretagna e Olanda, basato sull’"utopia" di una convivenza tra comunità chiuse e "autoreferenziali". Facendo tesoro dei limiti evidenziati da queste due impostazioni, e tenendo conto dell’originalità della sua storia e delle sue tradizioni, l’Italia può costruire una "terza via": è la via dell’«identità arricchita», fondata sulla conoscenza dell’identità del Paese in cui si vive, sulla condivisione dei valori forti che la costituiscono e insieme sulla valorizzazione del patrimonio che appartiene alle diverse comunità straniere.
In questo senso, come sottolinea la
"Commissione episcopale per le migrazioni" della "Cei", i giovani immigrati sono insieme «risorsa e provocazione». Possono rappresentare la promessa di un futuro in cui le diversità diventino un tesoro a cui attingere, piuttosto che una minaccia da cui difendersi. E provocano le istituzioni, la società civile e le loro stesse comunità di origine a costruire le condizioni perché la sfida dell’immigrazione possa essere affrontata con il necessario realismo, unito a quell’inevitabile disponibilità a lasciarsi mettere in discussione che sempre la vita chiede all’uomo.