FORTE DISCORSO DI BENEDETTO XVI
Famiglia,
vera ricchezza ![]()
in "dote" degli immigrati
Un "monito" a
non ridurre i migranti a «braccia da lavoro».
Dalla loro testimonianza di fede un segno dei tempi,
per una nuova "stagione" del cattolicesimo in Italia.
Giorgio
Paolucci
("Avvenire",
16/5/’08)
Chi emigra non è mai solo.
Porta con sé gli affetti, i legami culturali, i valori che ha ereditato dalla
famiglia nella quale è nato e quelli con cui ha cementato la famiglia che ha
formato. I genitori, la moglie o il marito, i figli sono il sangue che gli
scorre nelle vene. Di più: formano «la cellula originaria della società, da
non distruggere, ma da diffondere con coraggio e pazienza». Lo ha ricordato
ieri Benedetto
XVI, ricevendo in
udienza i membri del "Pontificio Consiglio della Pastorale per i migranti e
gli itineranti. Il Papa sottolinea l’importanza cruciale dei ricongiungimenti
familiari, che permettono ai migranti di ritrovare gli affetti lasciati nel
Paese di origine e insieme sono un importante fattore di coesione per la
società in cui hanno cominciato una nuova fase della loro esistenza.
Sarebbe fuorviante cercare a tutti i costi dei riferimenti alla stretta
attualità "italocentrica" nelle parole pronunciate dal Pontefice,
magari sull’onda dell’emotività che le cronache di questi giorni portano
con sé.
Ma è indubbio che esse contengono un forte richiamo "erga omnes" a
non ridurre il migrante a un mero soggetto economico, a "braccia da
lavoro" da considerare alla stregua di un addendo del "Pil",
anziché guardarlo nella sua integralità. Incluso il fatto – tanto naturale
quanto troppo spesso dimenticato – di essere parte di un nucleo familiare che
invece in molte circostanze si trova smembrato, forzosamente diviso, con i suoi
componenti che campano a migliaia di chilometri di distanza. Ricomporre la
famiglia ad unità – secondo le modalità previste dalle singole legislazioni
nazionali – è certamente un grande guadagno per i diretti interessati: li
aiuta nel difficile cammino dell’integrazione, rende meno straniera la terra
in cui hanno messo radici.
Ma è un vantaggio anche per il Paese ospite, perché il migrante che beneficia
degli affetti familiari, più facilmente diventa fattore di coesione sociale, si
percepisce come protagonista di una dimora non provvisoria. Sente quel luogo
come parte integrante del destino suo e dei suoi cari.
Nel Discorso pronunciato ieri il Papa ha anche sottolineato l’impegno profuso
dalla Chiesa a favore della famiglia migrante, quanto mai importante in un
contesto generale sempre più succube di una mentalità individualistica che
considera le persone alla stregua di atomi. E nei giorni scorsi, durante i
lavori del "Pontificio Consiglio", era stato più volte evidenziato
che la famiglia migrante è non solo «beneficiaria» dell’azione pastorale e
caritativa, ma sempre più protagonista dell’evangelizzazione.
In Italia ne abbiamo alcune "piccole-grandi" conferme: pensiamo alla
testimonianza di fede che tante famiglie peruviane, ecuadoriane, filippine,
romene, offrono ai "cristiani della domenica" italiani, tiepidi e
smemorati, per i quali Gesù assomiglia sempre di più a un’abitudine, una
statuetta da esibire nel salotto dei valori, e sempre meno a Colui che muove e
dà significato all’esistenza quotidiana. Pensiamo alla vivacità travolgente
di cui, proprio nei giorni scorsi, quelle famiglie hanno dato prova nelle
«feste dei popoli» promosse in tante diocesi in occasione dell’"Epifania" o
della "Pentecoste".
Qualcuno ha parlato giustamente di una nuova primavera che la Chiesa può
sperimentare in Europa grazie al contributo delle comunità dei migranti. Anch’essi
sono un segno dei tempi per quel «nuovo inizio» a cui i cattolici sono sempre
chiamati.