Nel "fiume" della "Macerata-Loreto"

RITAGLI     Domande vere. Risposte forti     DOCUMENTI

Per affrontare l’"emergenza educativa", necessarie esperienze che affascinano i giovani.

Giorgio Paolucci
("Avvenire", 10/6/’08)

Anche quest’anno la scuola si chiude con vari e fondati motivi di preoccupazione. Le cronache ci parlano della "querelle" sui "corsi di recupero", della crescente frustrazione che serpeggia tra gli insegnanti, della moltiplicazione degli episodi di "bullismo", della "disaffezione" allo studio. Se si dovesse individuare un termine che riassume in maniera sintetica questi segnali, vien da pensare alla parola "lamento". Eppure l’altra notte, tra gli ottantamila che camminavano nella campagna marchigiana durante il pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto, c’erano migliaia di giovani che concludevano l’anno scolastico con un’altra parola: "domanda". La domanda sul senso della vita, dell’amicizia, dell’amore, dello studio. La domanda su di sé.
Cosa li aveva mossi fin lì, in quello che è diventato il pellegrinaggio a piedi più partecipato d’Italia?
L’esigenza di un momento di lealtà con se stessi. E pensando alle raffigurazioni "mediatiche" dell’universo giovanile che ci vengono propinate – a base di "sballo", gusto dell’eccesso e della trasgressione – non si poteva restare indifferenti osservando quel "fiume umano" che ha pregato e cantato per 28 chilometri dietro una croce di legno. Marziani? "Mosche bianche"? Bravi ragazzi, da contrapporre a quell’altro "popolo della notte" che nelle stesse ore invade strade e discoteche?
Tutt’altro: c’era di tutto, in quel "fiume umano" in cammino verso Loreto. C’erano giovani che amano divertirsi, cantare e ballare, che s’innamorano, trasgrediscono, esagerano. Ma quei giovani erano stati raggiunti da una proposta di bene, dall’abbraccio di chi li vuole felici, da chi li vuole sottrarre all’abbraccio di una libertà "sregolata" che molto promette e tutto toglie.
Non sfilavano per protestare, per opporsi a qualcosa o a qualcuno, per dire "no".
Camminavano alla ricerca di un tesoro, disposti – per trovarlo – a dire "sì", un po’ rischiando e un po’ fidandosi di chi li aveva convocati, come si era fidata duemila anni fa una ragazza palestinese di Nazareth. E il loro cammino si è concluso all’alba tra le mura che conservano la memoria viva di quel "sì" che ha cambiato la storia. Si è concluso tra le pietre dove si è consumato l’"Avvenimento", come ricordano le parole scolpite sull’altare della "Santa Casa": "Hic verbum caro factum est", è qui che il Mistero si è reso incontrabile all’uomo. Ma perché questo accadesse, ci voleva il "sì" di una ragazza di sedici anni, era necessario che la sua libertà si misurasse con una proposta "vertiginosa" come quella portata dall’Angelo.
La drammaticità dell’"emergenza educativa" è ormai "acclarata" e condivisa. Ma non ci si può più accontentare delle diagnosi. Bisogna offrire ai giovani la possibilità di pronunciare il loro "sì" a proposte affascinanti, capaci di muovere il cuore e la mente, di toglierli da quella «anestesia dello spirito» di cui parlava il
cardinale Bagnasco nella "Prolusione" alla recente "Assemblea dei vescovi italiani". Per gli adulti non c’è più tempo da perdere in analisi sociologiche e "tentennamenti", che a loro volta rivelano la debolezza e lo smarrimento di chi dovrebbe indicare una direzione, testimoniare certezze anziché instillare il dubbio "metodico".
È l’ora di proporre esperienze affascinanti, è il tempo dei "costruttori". Tempo di osare proposte radicali, senza temere di chiedere troppo. I giovani vogliono sapori forti, non "brodini" tiepidi. Ci guardano, aspettano un segno, desiderano trovare il tesoro dell’esistenza. Chi l’ha incontrato, si faccia avanti. Scrive il poeta Rebora: «Verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene / il suo bisbiglio».