Immigrazione: né "alibi", né "esenzioni"

RITAGLI     È l’ora di una strategia "multilaterale"     DOCUMENTI

Giorgio Paolucci
("Avvenire", 2/9/’08)

Risolvere il problema dell’immigrazione irregolare equivale, grosso modo, a trovare la "quadratura del cerchio" di una delle questioni più complesse del nostro tempo. Eppure, le difficoltà che si devono affrontare non possono diventare un "alibi" per chiamarsi fuori da una responsabilità che, su questo fronte più che su altri, è davvero "globale" e "multilaterale". In questo senso le parole pronunciate da Benedetto XVI all’"Angelus" di domenica scorsa e all’indomani dell’ennesima tragedia consumatasi nelle acque del Mediterraneo, non lasciano scampo. Ripercorrendo il suo intervento, si avverte come il Papa sia mosso da una preoccupazione che non fa "sconti" ad alcuno. Ovviamente non fornisce "ricette" specifiche – non è suo compito – ma offre alcune categoriche indicazioni di "metodo", mettendo in rilievo come nessuno possa chiamarsi fuori o pensare di cavarsela addossando sulle spalle di altri "attori" la propria quota di responsabilità. In questa chiave di «multilateralità» serve un supplemento di attenzione anche nei confronti di categorie che rischiano di essere «marchiate» "pregiudizialmente", come ha ricordato ieri il cardinale Raffaele Martino, Presidente del "Pontificio Consiglio per i migranti e gli itineranti", a proposito di "nomadi" e "rom", troppo spesso vittime di discriminazioni e indifferenza.
Per Benedetto XVI l’emergenza che nei giorni scorsi si è riproposta con drammaticità – una drammaticità alla quale si rischia di "assuefarsi" colpevolmente, e che dunque fa risultare ancor più benefico il "richiamo" pontificio – sollecita solidarietà e impone l’urgenza di "efficaci risposte politiche". Risposte che devono essere messe a punto dagli "organismi internazionali" – pensiamo all’
"Unione Europea" che accusa su questo terreno un colpevole ritardo, e alle "Nazioni Unite" che spesso si attardano tra mille "compromessi" – come dai Paesi implicati in maniera più diretta: quelli di destinazione dei "flussi migratori", in particolare europei, e quelli di partenza. Ai primi viene rivolto l’invito a "sviluppare di comune accordo iniziative e strutture sempre più adeguate alle necessità dei migranti irregolari", ricordando che la condizione di irregolarità non autorizza a dimenticare gli elementari "diritti umani" e che ci si misura, sempre e comunque, con "persone": uomini, donne e bambini, la cui "sacralità" e "inviolabilità" deve restare al centro dell’operato di chi ha la responsabilità della "cosa pubblica".
La parola "responsabilità" viene evocata – anche se qualche "giornale" ha omesso di parlarne, cercando come al solito di "schierare" univocamente il Papa – anche nei confronti dei Paesi di origine dei "flussi": i quali, facendo i conti con migliaia di "connazionali" in fuga, devono a loro volta impegnarsi perché vengano "stroncate" tutte le forme di criminalità collegate ai "flussi migratori". È ormai "acclarato" che il traffico di esseri umani è una delle più redditizie forme di finanziamento delle "organizzazioni malavitose internazionali", che spesso agiscono nel complice silenzio dei Paesi poveri per i quali le migrazioni sono una "valvola di sfogo" delle pressioni demografiche e occupazionali. E in questa prospettiva la moltiplicazione di "accordi bilaterali" e "multilaterali" con gli Stati di origine – ad esempio quello firmato sabato scorso tra Italia e Libia, seppure il Papa non ne faccia menzione – rappresenta una risorsa da incrementare.
Ma Ratzinger si sente "padre" anche dei migranti "irregolari", ai quali ricorda la necessità di rispettare le leggi dei Paesi in cui arrivano, richiamandoli al valore della loro vita "che rappresenta un bene unico, sempre prezioso, da tutelare di fronte ai gravissimi rischi a cui si espongono nella ricerca di un miglioramento delle loro condizioni". Come a dire che disperazione, fame e miseria non giustificano la violazione delle "regole di convivenza" di una comunità: per ricevere accoglienza si deve praticare legalità. E chi cerca miglior fortuna in terre lontane non deve mettere a repentaglio il "tesoro" dell’esistenza che ha ricevuto in dono. Insomma, nelle parole di Benedetto XVI c’è una preziosa "bussola" per orientarsi nel mare "procelloso" e complesso delle migrazioni.