Sciogliere il "nodo" del "partenariato" nel senso dello sviluppo

RITAGLI     L’Europa accenda la "cooperazione".     MISSIONE AMICIZIA
Lo sviluppo drenerà i "flussi"

Un approccio basato solo su "contenimento" e "controlli" è destinato a fallire.

Giorgio Paolucci
("Avvenire", 27/9/’08)

L’immigrazione è un tema "incandescente", che in tutta Europa sfida i "Parlamenti", divide l’opinione pubblica e pone interrogativi nuovi e antichi, legati agli "squilibri" tra Nord e Sud del Pianeta, alle logiche di Governo dei "flussi", alle "strategie" per promuovere un’armonica convivenza tra persone di culture differenti. L’intervento di Benedetto XVI all’"Angelus" di domenica 31 agosto, all’indomani di alcuni drammatici "naufragi" nelle acque del Mediterraneo, ha offerto alcuni criteri generali di riferimento per ciascuno dei fronti sui quali si declina l’emergenza. Il Papa ha sollecitato una più forte solidarietà, efficaci risposte politiche da parte degli "organismi internazionali", degli Stati di arrivo e di quelli da cui partono i "flussi migratori", e il rispetto delle leggi vigenti nei Paesi di nuovo insediamento da parte degli stranieri. Dunque, non "ricette" specifiche (non è suo compito), ma una "bussola" con alcune indicazioni di metodo che chiamano in causa tutti gli attori di questo complesso fenomeno.
L’Accordo in cinque "punti" raggiunto due giorni fa a
Bruxelles dai "Ministri dell’Interno" dei 27 Paesi della "Unione Europea" rappresenta una tappa con luci e ombre nella costruzione di una "strategia sovranazionale", quale da anni viene auspicata, ma che finora è rimasta nell’"empireo" delle promesse e degli annunci. È un successo per Sarkozy che – avendola indicata come una delle priorità del semestre di Presidenza francese – ha ricevuto il "plauso" dei Governi maggiormente esposti al fenomeno, ma presta il fianco ad alcuni interrogativi.
I primi quattro "punti" dell’Accordo propongono un "inasprimento" del contrasto all’immigrazione clandestina, il potenziamento dei controlli alle frontiere e del "pattugliamento" delle acque, l’organizzazione degli ingressi legali in funzione del fabbisogno del mercato del lavoro degli Stati membri e delle loro capacità di accoglienza, e infine l’elaborazione di una "procedura d’asilo" comune che garantisca protezione ai "rifugiati politici" e al tempo stesso rafforzi i controlli sulle richieste "abusive". Il quinto e ultimo "punto" prevede la creazione di un sistema di "partenariato" tra i Paesi della "Unione Europea" e quelli di origine degli immigrati. "Last but not least", direbbero gli inglesi: questo "nodo" è l’ultimo in ordine di elencazione ma non di importanza. Il termine "partenariato" si può declinare in due modi: o dando aiuti ai "Governi" dei Paesi africani in termini di "fondi", tecnologie e mezzi per impedire le partenze e controllare il transito dei clandestini; o incrementando i finanziamenti per lo sviluppo economico degli Stati di provenienza. Due versanti di una stessa "strategia", o anche due "strategie" diametralmente opposte.
È da tempo evidente che pensare di arginare i "flussi migratori" solo con provvedimenti di tipo "poliziesco", considerando la "Unione Europea" come una "fortezza assediata", non produce risultati efficaci, neppure nel breve periodo. È una questione di "realismo": finché gli squilibri tra Europa e
Africa continueranno ad aumentare, aumenteranno coloro che scelgono l’emigrazione come via di fuga dalla povertà e dalla fame. Una "cooperazione allo sviluppo" più efficace non cancellerà la povertà, ma potrebbe porre le condizioni per ridurre, nel lungo periodo, la "divaricazione" esistente. Di qui la necessità di investimenti più massicci e di politiche più generose (e "lungimiranti"), che favoriscano la creazione di posti di lavoro e diano maggiori opportunità per un’esistenza dignitosa a quelle popolazioni. È la via "caldeggiata" lunedì scorso anche dal Presidente della "Cei", Cardinale Bagnasco.
Il 15 ottobre si terrà a Bruxelles il "Vertice" dei Capi di Stato e di Governo della "Unione Europea", per approvare in via definitiva l’Accordo raggiunto l’altroieri dai Ministri dell’Interno.
Se l’Europa non vuole continuare a considerarsi solo una "fortezza" assediata ma ambisce a costruire un nuovo "equilibrio internazionale", è necessario battere un colpo in questa direzione. I Governanti del "Vecchio Continente" avranno il coraggio e la "lungimiranza" per farlo?