Situazione "esplosiva" da affrontare con "umanità"
Lampedusa, Roma, Europa:
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la via della "ragionevolezza"
Giorgio
Paolucci
("Avvenire",
27/1/’09)
Le notizie e le immagini che
arrivano da Lampedusa
descrivono un’isola dove l’"emergenza", anziché un’eccezione,
sta diventando la regola. Il "centro di prima accoglienza" scoppia, la
popolazione è esasperata, gli "immigrati" non accettano la
prospettiva del "rimpatrio" e lamentano le condizioni
"disumane" in cui sono costretti a vivere. Che fare? Mai come in
questi frangenti i comportamenti delle "istituzioni" devono essere
guidati da criteri di "umanità" e "ragionevolezza", ben
sapendo che nessuno ha in mano la "bacchetta magica" per risolvere un
problema che si trascina da tempo e che ha "attraversato", restando
irrisolto, "legislature" guidate dal "centro-sinistra" come dal
"centro-destra".
La decisione presa dal "Ministro dell’Interno" di aprire, accanto al
"centro di prima accoglienza", una struttura per l’identificazione e
l’espulsione dei "migranti" con lo scopo di verificare meglio chi ha
titolo per restare e quindi rendere più rapidi i "rimpatri", si
colloca all’interno di una strategia tesa a inviare un segnale di fermezza sia
agli Stati da cui provengono i "barconi", sia alle
"organizzazioni criminali" che gestiscono il traffico di persone
attraverso il Mediterraneo.
La necessaria fermezza non può evidentemente far dimenticare che stiamo
parlando di "esseri umani". Per questo, sia le "strutture di
accoglienza" sia quelle riservate all’identificazione e all’espulsione
devono rispettare i requisiti di "vivibilità". E vanno sempre
garantite, a Lampedusa come altrove, le procedure previste per coloro che – in
fuga da guerre e persecuzioni politiche, "etniche" o
religiose – intendono chiedere "asilo politico": la loro condizione
e la loro attendibilità possono essere vagliate solo caso per caso e non devono
essere soggette a indebite "generalizzazioni". Dunque, massima
attenzione per la dignità di uomini, donne e bambini, nel difficile ma
irrinunciabile esercizio di coniugare il rispetto della "legalità"
con la tutela dei "diritti".
Anche gli abitanti di Lampedusa reclamano attenzione, comprensibilmente
preoccupati per lo stravolgimento di un’isola a "vocazione
turistica". Al di là dei "giochi politici" che si stanno
consumando a livello locale, le loro reazioni sono comprensibili, e lo Stato
deve offrire degli "ammortizzatori sociali" che consentano di
alleviare le ricadute degli "sbarchi" sulla vita quotidiana.
Ma l’ottica con cui guardare a quanto sta accadendo non può che avere un
respiro "internazionale". Per questo si devono accelerare i tempi per
la "ratifica parlamentare" del "Trattato di Cooperazione"
tra Italia
e Libia
e per la conclusione dell’"accordo bilaterale" tra il nostro Paese e
la Tunisia,
che dovrebbe trovare una svolta decisiva nell’incontro odierno del Ministro
Maroni con il suo "omologo" nord-africano. Altri Stati della sponda
meridionale del Mediterraneo dovrebbero essere coinvolti in questa strategia,
all’interno di una "logica di scambio" che riservi quote di ingressi
più alte ai Paesi che si fanno carico di un controllo severo sugli "esodi
illegali" e che accettano di collaborare al rimpatrio dei connazionali
respinti dall’Italia. È sempre più necessario e urgente riaffermare che solo
rafforzando le "prerogative" degli Stati si possono governare più
efficacemente i "flussi migratori", sottraendoli al potere delle
"mafie internazionali" che controllano la "tratta" di esseri
umani.
Infine, non va dimenticato che Lampedusa non è solo un "problema
italiano", ma chiama in causa le responsabilità della "Unione
Europea". Non
si chiede la "luna", ossia il tanto evocato e mai realizzato
"governo europeo dell’immigrazione" - ma una considerazione più
attenta di quello che sta accadendo in un’isola che è diventata la
"porta d’ingresso" dell’Occidente, e una conseguente assunzione di
responsabilità da parte dei nostri "partner". Lampedusa, Europa.