"Fiumana" di giovani da Macerata a Loreto.
Chissà se è notizia?

RITAGLI     La gioia più grande? Cominciare.     DOCUMENTI
E in 85mila si sono messi in "strada"

In cammino per tutta la notte, "pellegrini",
eppure i "media" italiani non ne hanno parlato per nulla.

Giorgio Paolucci
("Avvenire", 16/6/’09)

Ottantacinquemila persone, soprattutto giovani, in cammino per tutta la notte, "pellegrini" da Macerata verso la Basilica di Loreto.
Giornalisticamente parlando, quella che si è consumata tra il tramonto di Sabato e l’alba di Domenica è una notizia. Anzi, una "signora notizia". Anche se la stragrande maggioranza dei "media" l’ha tranquillamente ignorata. Probabilmente perché non c’era niente di "sensazionalistico", di "pruriginoso" o di "politically correct" da cui attingere.
Devozione, roba da "beghine", poco moderna. A chi volete che interessino giovani che non fanno una "manifestazione" per protestare contro qualcosa o qualcuno, che sfilano in silenzio, cantano e pregano, per 28 chilometri? Ci vuol altro per finire sui giornali. E invece quei ragazzi, insieme alle migliaia di adulti di ogni età – comprese decine di "ultra-ottantenni", che di "pellegrinaggi" a piedi ne hanno fatti tanti in gioventù – sono una realtà sulla quale non possiamo mettere il "silenziatore". Una realtà totalmente immersa nella "modernità", un fatto di cui dovrebbero tenere conto "maitre-à-penser" e "sociologi" che sentenziano sul sentire profondo di questo Paese. Sono un fatto che testimonia quanto la speranza sia viva tra la gente, e diventi qualcosa di "contagioso". Non una speranza generica, "buonista" e ingenua, ma un modo di stare di fronte alle cose che nasce dalla fede cristiana vissuta come esperienza, come carne che innerva la vita, come sangue che scorre nelle vene. E diventa fattore di costruzione e di "ri-costruzione". L’ha testimoniato in questi mesi la gente dell’
Aquila alle prese con le ferite del "terremoto", e al "Pellegrinaggio Macerata-Loreto" se ne sono fatti eco l’Arcivescovo Molinari e uno dei tanti padri di famiglia che in pochi secondi hanno perso tutto.
L’hanno testimoniato altri che durante il cammino notturno hanno raccontato la loro "odissea": un ex "tossicodipendente" che ha trovato nell’abbraccio di una "comunità di recupero" un possibilità di riscatto, una mamma che poche settimane fa ha perso il figlio quindicenne e che solo nella fede ha potuto dare significato a un fatto che fa tremare le vene ai polsi. E ancora, le migliaia di storie minime che sono emerse nei colloqui discreti fioriti nelle ore impiegate per arrivare alla "Casa di Loreto", il luogo che racchiude i muri della dimora di Nazareth in cui è riecheggiato il "sì" di Maria che ha cambiato la storia.
L’altra notte ognuno degli 85mila "pellegrini" ha pronunciato il suo piccolo, grande "sì": sì alla presenza viva e operante di Cristo nella sua vita, sì a un compagno di scuola o a un collega di lavoro che l’aveva invitato alla "Macerata-Loreto", sì alla curiosità di vedere da vicino quel popolo "sui generis" che percorre le strade della campagna marchigiana, allargando la ragione a qualcosa che la compie e insieme la "trascende".
È stata una notte resa ricca dalla "povertà" di chi ha partecipato, ognuno portando il proprio "limite" e la domanda di felicità, in cerca di qualcosa e di qualcuno che ad essa risponda. «L’unica gioia al mondo è cominciare – scrive Pavese – . È bello vivere, perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante». Ma per poter ricominciare, per poter sperare, non serve un discorso giusto, una "filosofia" convincente. Ci vogliono ragioni forti. Ci vuole gente che affronta la fatica del presente perché certa di un significato e di una "meta". C’è bisogno – ne hanno bisogno i "cattolici" quanto il Paese tutto – di ritrovare il "cristianesimo" come avvenimento, annuncio coraggioso e testimonianza semplice del Dio che agisce nella storia cambiando la mia vita, la tua. L’altra notte è stata un’esperienza così per ottantacinquemila persone, che sono tornate a scuola, al lavoro, alle "sfide" della vita quotidiana, più certi di quello che scrive Péguy: «Egli è qui, come il primo giorno».