Nelle terre dove il cristianesimo
è nato, si rischia l'estinzione dei cristiani. Le cause sono molteplici ma
drammaticamente convergenti. È in atto una persecuzione esplicita da parte del
fondamentalismo islamico, che continua a guadagnare spazi e consensi e in queste
settimane trova in Iraq una delle sue più feroci manifestazioni. Ci sono poi
discriminazioni a livello giuridico e politico, che in alcuni Paesi impediscono
l'accesso a cariche pubbliche o a talune professioni, riservate ai musulmani.
C'è infine - non meno grave e insidioso - un clima ostile e sempre più diffuso
fatto di emarginazione sociale e culturale, che trasforma di fatto i seguaci di
Gesù in cittadini di "serie B". Una mentalità che, ad esempio,
considera come un «rinnegato» meritevole di morte ogni seguace del profeta
Maometto che abbia l'ardire di abbandonare quella che gli "ulema"
definiscono "la migliore comunità che Dio abbia donato agli uomini"
per abbracciare la fede cristiana: è la vita amara a cui sono costretti i
convertiti.
L'emigrazione di 10 milioni di persone di religione cristiana dall'epoca della
prima guerra mondiale a oggi, già di per sé un dato impressionante,
rappresenta la conseguenza più eclatante di una situazione di crescente
difficoltà denunciata a più riprese dalle comunità del Medio Oriente e del
Nordafrica. Essa ha trovato un interprete appassionato nella persona del Santo
Padre, che non si
stanca di metterla sotto gli occhi del mondo. Sabato scorso, ricevendo in
Vaticano il presidente americano Bush, egli ha espresso la sua preoccupazione
per il precipitare della situazione nell'area, e parlando alla
"Congregazione per le Chiese orientali" non ha usato giri di parole:
«Possano le Chiese e i discepoli del Signore rimanere là dove li ha posti per
nascita la divina Provvidenza; là dove meritano di rimanere per una presenza
che risale agli inizi del cristianesimo. Nel corso dei secoli essi si sono
distinti per un amore incontestabile e inscindibile alla propria fede, al
proprio popolo e alla propria terra». La fede, il popolo, la terra: sono le tre
parole radicate nel cuore delle comunità cristiane che vivono nella regione,
che ci vivevano già secoli prima dell'arrivo dell'islam e che hanno saputo
costruire - non senza difficoltà - una convivenza "plurale". Ed è
proprio la possibilità di «con-vivere» che viene messa a rischio da quanti
vogliono negare la storia, imponendo la loro identità religiosa e culturale
come protagonista unico ed esclusivo. Costoro vogliono dire "io"
escludendo il "tu", e così impediscono che ci si possa continuare a
concepire come "noi".
Il declino delle comunità cristiane nei Paesi arabi è stato sinora ignorato o
guardato con occhio distratto dall'Occidente, e l'Italia non ha fatto eccezione.
Come se la loro condizione fosse questione marginale, e non la drammatica
conferma dell'imbarbarimento che avanza. Come se la libertà religiosa fosse un
"pallino" del Vaticano e non la "cartina di tornasole" del rispetto dei
diritti umani.
Bisogna svegliarsi dal torpore, prima che sia troppo tardi. Bisogna mobilitarsi,
alzare la voce per fermare la fuga e la discriminazione su base religiosa.
Bisogna chiedere la mobilitazione delle diplomazie, dell'Onu e dell'Unione
Europea, consapevoli che l'impegno per i cristiani è figlio dell'impegno per la
pace e la democrazia. Va in questa direzione l'appello per una manifestazione
nazionale contro l'esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e per
la libertà religiosa nel mondo, promosso in queste ore da Magdi
Allam e da esponenti
della società civile e del mondo politico per il 4 luglio a Roma. È
un'occasione per ridire a viso aperto e a voce alta che quanto sta accadendo
riguarda i destini dell'umanità, e che chi se ne lava le mani si aggiungerà
alla schiera dei tanti "Ponzio Pilato" di cui la storia è disseminata.