Una proposta di legge sui matrimoni misti
Quelle «conversioni» che uccidono la libertàUn italiano che s’innamora di
una marocchina e vuole sposarla con rito civile, deve convertirsi all’islam.
O, almeno, deve esibire un certificato di conversione rilasciato da una moschea,
una delle tante che, senza alcun controllo, si sono moltiplicate in questi anni.
È la condizione posta dall’ambasciata o dal consolato per rilasciare alla
cittadina straniera il "nulla osta" alla celebrazione del matrimonio. Lo stesso
avviene se la donna proviene dall’Egitto, dalla Tunisia o dall’Algeria, solo
per citare gli Stati da cui arriva la maggior parte delle immigrate di cultura
islamica. E questo accade in un Paese, come l’Italia, che ha nella libertà
religiosa uno dei pilastri della Costituzione, ma che finora in questa materia
si è di fatto inchinato alla "sharia". Poco importa che la
conversione del "nubendo" sia autentica o simulata, visto che spesso
per ottenere il foglio che la certifica è sufficiente recitare davanti a due
testimoni la "shaada" (professione di fede) e «impegnarsi» a educare
i figli secondo la religione musulmana. Quello che, a torto, potrebbe essere
ritenuto un atto meramente formale, burocratico e strumentale rispetto all’obiettivo
che si vuole raggiungere, rappresenta in realtà un atto di «sottomissione».
Che secondo alcune fonti sarebbe già stato imposto a diecimila italiani.
All’origine di tutto sta il fatto che, mentre per la nostra legge l’appartenenza
religiosa è irrilevante ai fini del matrimonio civile, nei Paesi islamici la
"laicità" – è il caso di dirlo – va a farsi benedire. E insieme a lei, l’uguaglianza
tra uomo e donna: infatti la "sharia" vieta le nozze di una musulmana
con un non musulmano, un divieto che invece non vale per i maschi. Con questa
condizione di palese ingiustizia fanno i conti migliaia di coppie "italo-straniere"
quando decidono di metter su famiglia e devono sottostare a un
"diktat" di natura religiosa per contrarre un matrimonio che ha valore
civile. E con un’altra palese ingiustizia si devono misurare molte donne –
italiane e straniere – che si trovano, spesso a loro insaputa, vittime e
protagoniste di convivenze poligamiche quando un musulmano le sposa dopo avere
già contratto matrimonio con un’altra nel Paese di origine, senza che questo
comporti alcuna sanzione nei suoi confronti.
Sono situazioni, queste, che si vanno moltiplicando e dovrebbero far riflettere
le anime belle che presentano qualsiasi unione mista come una sorta di
«paradiso» della convivenza tra diversità, e declamano irresponsabilmente le
«magnifiche sorti e progressive» della società multiculturale.
Per modificare questo stato di cose è stato presentato ieri alla Camera un
progetto di legge "bipartisan" dai deputati Santelli (Forza Italia),
Santanché (An) e Fouad Allam (Margherita). Si propone tra l’altro la modifica
dell’articolo 116 del codice civile, stabilendo che le uniche condizioni per
contrarre matrimonio tra un cittadino italiano e uno straniero sono quelle
stabilite dalla legge del nostro Paese. In sintesi, non è accettabile che per
gli immigrati prevalga la legge degli Stati di origine rispetto a quella
italiana. Un principio che sembra "lapalissiano", ma che in materia matrimoniale
viene allegramente violato.
È da salutare come un segno di novità il fatto che la proposta arriva da
parlamentari schierati su fronti opposti, più interessati alla risoluzione di
un problema concreto che a rimanere "abbarbicati" sui rispettivi schieramenti.
Così come va rilevato che alla proposta di legge hanno già dato il loro
appoggio Souad Sbai e Yahia Pallavicini, due
esponenti di quell’islam moderato che cerca (faticosamente) di opporsi alla
deriva integralista. Anche loro si riconoscono nei principi che fondano la
nostra civiltà, come la laicità e la pari dignità tra uomo e donna. Anche
loro credono che l’integrazione debba partire anzitutto dalla condivisione
forte di valori irrinunciabili. E che per i musulmani d’Italia sia necessario
rimettere l’orologio sull’ora della modernità.