Accoglienza-legalità, binomio senza alternative
L’Italia, un caleidoscopio:I dati sulla popolazione
straniera, resi noti ieri dall’"Istat", aiutano a capire come sta
cambiando l’Italia e le sfide con le quali siamo chiamati a misurarci nel
prossimo futuro. Gli immigrati regolarmente residenti al primo gennaio di quest’anno
erano 3 milioni, il 5 per cento della popolazione.
Dall’anno scorso sono aumentati del 10 per cento, ma il vero «boom» si
registra con gli arrivi dall’Europa dell’Est (più 60 per cento). Nei
reparti di maternità un neonato su 10 ha genitori stranieri e i "baby-
immigrati" sono ormai arrivati a quota 665mila, di cui 400mila nati qui: è
la seconda generazione, una parte sempre più significativa degli italiani di
domani. E nelle scuole gli alunni stranieri sono 570mila, metà dei quali nati
in Italia. In dieci anni sono passati dallo 0,5 al 6 per cento del totale,
andando a sedersi sui banchi lasciati vuoti dal nostro calo demografico.
Una delle tipicità dell’«Italia straniera», rispetto agli altri Paesi
europei, è la grande pluralità delle provenienze geografiche (192) e delle
appartenenze culturali e religiose. Abbiamo il mondo in casa: un segno forte
della globalizzazione e del divario tra il Nord e il Sud del pianeta, e insieme
una sfida che la storia ci costringe a raccogliere.
Sono troppi? Quanti siamo in grado di accoglierne? Ce la farà il "sistema
Italia"? Come regolare gli ingressi futuri? Che fare con i clandestini? Sono
alcuni degli interrogativi con i quali si misurano – a ben vedere, con
crescente affanno – politici e amministratori locali, insegnanti, operatori
sociali. E soprattutto la gente comune, perché l’immigrazione è un fenomeno
"pervasivo" e trasversale. Offre risposte ad alcuni problemi del mercato del
lavoro ma non può essere guardato con le lenti deformanti di una prospettiva
meramente "economicistica".
Mette una "toppa" sul declino demografico dell’Italia ma non può certo
rappresentare una soluzione di lungo periodo alle culle che si svuotano e al
sistema pensionistico che continua a fare acqua. Porta nuove energie al "sistema
Italia" e insieme apre interrogativi sulla capacità di tenuta del nostro sistema
sociale (casa, sanità, scuola, "welfare").
Coniugare accoglienza e legalità è uno "slogan" che non è né di
destra né di sinistra. Riassume piuttosto il difficile equilibrio che si deve
trovare per affrontare con realismo e razionalità una situazione che per troppo
tempo è stata subita o governata in maniera inadeguata. Per questo è
necessario un progetto organico, un modello dal quale attingere la capacità di
guardare lontano – pensando al Paese che vogliamo costruire – pur
continuando a risolvere i problemi quotidiani.
Quale è il modello più adeguato alla realtà italiana? Certo non il modello
rappresentato da quel "multiculturalismo" fondato sulla possibilità
lasciata alle diverse comunità etniche di organizzarsi a partire da proprie
regole e usanze, e che ha già mostrato i suoi limiti in vari Paesi europei,
facendo nascere "ghetti" ed "enclave". Ciò che serve –
oggi più che mai – è una proposta forte di integrazione, fatta di doveri da
rispettare con rigore e di diritti da riconoscere a quanti accettano le regole e
i valori che fondano la nostra convivenza: centralità della persona, sacralità
della vita, libertà politica, economica e religiosa, laicità, pluralismo e
democrazia, pari dignità tra uomo e donna. Di fronte alle popolazioni che
vogliono mettere radici tra noi, dobbiamo riscoprire le nostre radici e il
coraggio di proporle. Siamo eredi di un’identità che si è sedimentata in
secoli di storia ma che non può concepirsi come uno schema statico e "autoreferenziale".
Dobbiamo costruire una "identità arricchita", dove l’io e il tu
possano diventare un noi. Una identità sulla quale fondare una nuova e più
ricca convivenza con quelli che – piaccia o non piaccia – sono già
diventati i nostri nuovi vicini di casa.