Erdogan si gioca tutto

RITAGLI    La nuova Turchia alla prova delle urne    MISSIONE AMICIZIA

Vittorio Emanuele Parsi
("Avvenire", 18/7/’07)

«Gli occhi del mondo sono puntati sulla Turchia». Una volta tanto, non si tratta di un'abusata espressione retorica, ma della pura e semplice descrizione della realtà. Domenica 22 luglio, 45 milioni di cittadini turchi sono chiamati alle urne per esercitare un diritto che è quasi un privilegio esclusivo in tutta la "umma" islamica: eleggere liberamente i propri rappresentanti. Come in tutti i sistemi democratici, votando, gli elettori depositano nell'urna anche il proprio giudizio sul governo uscente. Le elezioni di domenica, in tal senso, assumono quasi l'aspetto di un "referendum" su Erdogan e sul suo partito "islamico-democratico" (Akp).
Alcuni mesi fa, il "premier" aveva cercato di far eleggere dal Parlamento il ministro degli Esteri Abdullah Gul alla carica di presidente della Repubblica. Il tentativo era stato però frustrato dall'opposizione laica, che riteneva quasi una profanazione che un politico la cui moglie si vela il capo potesse essere l'ultimo successore di Mustapha Kemal Atatürk, fondatore della Repubblica turca, liquidatore dell'impero ottomano e del califfato. Di fronte a quel diniego, Erdogan si era impuntato e aveva deciso di chiamare i turchi alle urne, sottoponendo loro un programma elettorale nel quale si contemplava una serie di riforme costituzionali, a partire dall'elezione diretta della più alta carica dello Stato.
Per molti aspetti, il "premier" si gioca il tutto per tutto in questa tornata, dalla quale spera di uscire con un'investitura politica forte per procedere sulla via delle riforme, e che potrebbe ricevere solo se il suo successo andrà ben al di là di quel terzo dei consensi che la legge elettorale prevede sufficiente per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari. Non è escluso che ci riesca, giacché nei quasi cinque anni del suo governo l'economia turca ha ottenuto ottime "performance", l'affidabilità democratica del governo si è consolidata e, più in generale, cospicui passi in avanti sono stati compiuti sulla via della liberalizzazione politica ed economica.
Dietro al suo partito vi sono sempre meno i ceti popolari bigotti e illetterati e sempre di più quella borghesia dei mestieri e degli affari che, come in tanti altri Paesi d'Europa, è socialmente conservatrice ed economicamente liberale. Cioè l'opposto della borghesia "pubblica" cresciuta nel mito laico di Mustapha Kemal, e che con l'"establishment" militare condivide valori tanto etici quanto economici.
Una vittoria di Erdogan segnerebbe un ulteriore "strappo" della tradizione "kemalista", non c'è dubbio. E la nuova Turchia resterebbe un "osservato speciale" soprattutto per i governi europei e per la Commissione. Ma la sensazione è che solo procedendo in questa direzione il Paese potrebbe trovare e rafforzare la via della crescita (economica e democratica) nella stabilità. In altre parole, la coalizione di interessi ed emozioni che sosteneva la continuità del progetto "kemalista" non appare più in grado di coalizzare il consenso necessario a guidare il Paese in una fase come l'attuale, nella quale - complice anche l'infinita attesa di una piena adesione europea (purtroppo sempre più aleatoria) - il "continuismo" nel solco della tradizione repubblicana è semplicemente impossibile.
Il processo di cambiamento è cominciato, interromperlo potrebbe essere solo disastroso. L'antico equilibrio è compromesso, e non c'è modo di tornare indietro. Dobbiamo sperare che Erdogan voglia e sappia mantenere quelle promesse di liberalismo e laicità con le quali continua a rassicurare tutti quelli che, all'interno e all'esterno, restano diffidenti. E vigilare in tal senso: chiarendo che da come il suo governo tratterà certe materie dipenderà come la Turchia sarà trattata.