CONCLUSA LA VISITA DEL PRIMO MINISTRO TURCO

RITAGLI    Il "fantasma" dei terroristi "Pkk"    MISSIONE AMICIZIA
ha rincorso Erdogan fino in Italia

Vittorio Emanuele Parsi
("Avvenire", 9/11/’07)

È parso un clima di sincera amicizia quello che ha fatto da sfondo alla visita del "premier" turco Erdogan in Italia. L’Italia, è uno degli "sponsor" più convinti della piena adesione della Turchia all’"Unione europea", in un processo che non preveda «sconti» o «scorciatoie», ma neppure appesantimenti vessatori e umilianti delle procedure. Ed è appena il caso di sottolineare che tale posizione è condivisa tanto dall’attuale quanto dall’ex maggioranza, in uno dei rari esempi di posizione autenticamente "bipartisan" espressa dal litigioso sistema politico nazionale. Non a caso, dopo Prodi e D’Alema, Erdogan vedrà anche Berlusconi.
Sarebbe però futile negare che proprio la questione "curda" e, più specificamente, le modalità con le quali il governo turco intende far fronte alla ripresa in grande scala dell’offensiva terroristica del
"Pkk", rischiano di ingarbugliare ulteriormente una matassa, quella delle relazioni tra la "Ue" e la Turchia, che era e resta parecchio intricata. Esattamente come l’amministrazione americana e gli altri principali alleati, comuni a Roma e ad Ankara, anche il governo italiano non nasconde di nutrire forti contrarietà circa le ventilate incursioni dell’esercito turco oltre il confine iracheno. In linea con quanto ufficialmente ribadito dai vertici dell’"Unione europea", d’altronde, l’Italia si attende che il processo di riforma delle istituzioni turche proceda senza intoppi e che alla popolazione "curda" venga concretamente riconosciuta la pienezza dell’esercizio dei propri diritti politici e civili.
La situazione è estremamente complicata. Da un lato nessuno può negare alla Turchia il diritto di difendersi dalla incursioni del "Pkk", le cui caratteristiche lo rendono sempre più simile a quelle del peruviano "Sendero Luminoso", e che è stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dalla "Ue". Com’è ovvio, il Kurdistan iracheno non può costituire una sorta di "santuario" inviolabile per i guerriglieri comunisti. Dall’altro lato, però, c’è il timore che lo sconfinamento delle truppe di Ankara, senza essere risolutivo, possa invece finire col coinvolgere in maniera permanente la Turchia nella trappola irachena. Se così fosse, alle evidenti preoccupazioni per il futuro dell’
Iraq – nel quale, sia pur lentamente, la violenza va diminuendo e dove l’"autogoverno" del Kurdistan rappresenta un investimento ultradecennale da parte dell’Occidente – si sommerebbero quelle del contemplare un membro candidato dell’"Unione" (auspicabilmente un futuro membro dell’"Unione") coinvolto in una «guerra sporca» proprio nel Paese attualmente meno stabile di tutto il Medio Oriente.
Inutile dire che una simile prospettiva rappresenta un regalo insperato per tutti quelli che all’interno dell’"Unione" (e sono tanti) restano fortemente ostili all’idea della "membership" turca.
Al di là delle considerazioni di carattere tattico, l’autorizzazione alle forze armate turche di inseguire i militanti del "Pkk" anche in territorio iracheno sembra rispondere a un disegno più vasto da parte di Erdogan. E cioè quello di rimarcare il ruolo che la nuova "leadership" turca intende assegnare ai militari: non più i guardiani della laicità "kemalista", ma i garanti della sicurezza nazionale e dell’inviolabilità dei confini.
Si tratta di una riedizione di quell’alleanza tra "religione nazionale" e orgoglio militare che caratterizzò l’ultimo tentativo di riforma dell’impero ottomano da parte dei cosiddetti «giovani turchi». Ma che, contrariamente a quanto si crede, non fu estranea neppure alla concezione laica di Mustapha Kemal, che soleva ripetere «poiché grazie a Dio siamo tutti turchi, e quindi musulmani, potremo e dovremo essere tutti laici».
Roma, e non solo Roma, si interroga sulla possibilità che il nuovo equilibrio tra autorità civili e vertici militari ricercato da Erdogan possa avvenire non a spese dei diritti della minoranza "curda" e, più in generale, quanto esso possa essere compatibile con la piena evoluzione liberale e democratica delle istituzioni turche, premessa ineludibile per una Turchia dentro l’"Unione Europea", e non eternamente sull’uscio.