L’ATTENTATO IN AFGHANISTAN

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Vittorio Emanuele Parsi
("Avvenire", 25/11/’07)

Il modo in cui è morto il maresciallo capo Daniele Paladini e altri suoi tre commilitoni sono rimasti feriti è una testimonianza insieme drammatica ed esemplare del significato della nostra missione in Afghanistan e, più in generale, del ruolo delle "Forze Armate" negli Stati democratici: proteggere la comunità, difendere, se necessario con le armi e con il sacrificio della propria vita, coloro che altrimenti sarebbero indifesi. Chi in queste ore si chiede «che cosa ci stiamo a fare in Afghanistan?» fornisce l’ennesima prova di un "cinismo" e di un opportunismo politico incapace di arrestarsi persino di fronte al dolore e al lutto. Nuovamente ci inchiniamo di fronte a chi, lontano da riflettori e telecamere, paga con la vita la fedeltà alla bandiera e al proprio giuramento, a chi fa fino in fondo il proprio dovere, un dovere liberamente scelto e, proprio per questo, ancora più impegnativo. Il maresciallo capo Paladini era in Afghanistan per difendere quella comunità dalla violenza cieca di chi è pronto a seminare morte e distruzione, di chi non esita a scegliere deliberatamente di colpire donne e bambini, pur di tornare al potere. Non bastassero i rivoltanti contenuti ideologici del programma "talebano", che abbiamo visto messi in pratica per anni in tutto l’Afghanistan, sono le modalità della loro lotta e il disprezzo assoluto per la vita umana a mostrare il vero volto degli "studenti di teologia".
Una festa per l’inaugurazione di un nuovo ponte – sul quale sarebbero finalmente potute transitare le popolazioni locali e le loro povere mercanzie – è stata trasformata nell’occasione per l’ennesimo massacro. Un simbolo di speranza e ricostruzione rovesciato nel suo significato opposto. L’attentatore e i suoi mandanti cercavano la strage di civili, volevano la "carneficina" degli inermi. Ma sulla loro strada hanno trovato dei soldati che hanno capito cosa stava succedendo e sono intervenuti, con la massima tempestività e professionalità, per contrastare l’azione terroristica. Hanno scelto la difficile via del dovere e, allo scopo (riuscito) di limitare il più possibile il danno, uno di loro è morto. Da soldato: cioè offrendo la sua vita per proteggere quelle della comunità alla cui protezione era stato assegnato. È un compito difficile e rischioso: proprio per questo le "Nazioni Unite" hanno chiesto ai governi degli Stati membri di inviare le proprie truppe per assolverlo. Quelle ragioni restano tutte. E, come abbiamo tante volte ripetuto, nessun avallo internazionale è in grado, per sé solo, di abbattere la pericolosità delle missioni di "peace-keeping" e "peace-enforcing". Perché una prospettiva di pace e sicurezza per il popolo afghano è esattamente ciò che "taleban" e "qaedisti" temono più di ogni altra cosa. Ma davvero appare persino riduttivo pensare di doverlo spiegarle nuovamente, dopo che proprio la triste vicenda di ieri mattina ha già offerto una lezione di tragica e straordinaria chiarezza. Non c’è dubbio che occorra tentare di percorrere tutte le strade possibili per trovare una soluzione politica alla vicenda afghana. Ma ciò non significa abbandonare il popolo di quel martoriato Paese al suo destino, né tanto meno lasciarlo senza protezione, proprio mentre essa è più necessaria. Si ripete da più parti che i nostri soldati sono impegnati in Afghanistan in una missione di pace. È vero. Ma per poco che si rifletta, ci si renderà conto che il fine ultimo delle nostre "Forze Armate" è, per definizione, quello di proteggere la pace (quando c’è) e di ricreare le condizioni necessarie per il suo ristabilimento (quando non ci sono). Questo, ci pare, è l’ultimo doloroso "legato" che lascia a noi tutti il maresciallo capo Daniele Paladini: che ha raggiunto i suoi fratelli, caduti con onore per difendere la pace, ovunque la Repubblica avesse chiesto loro di servire.