Ma è possibile non
essere musulmani a Teheran?
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Vittorio
Emanuele Parsi
("Avvenire",
2/3/’08)
In che cosa consiste la
libertà religiosa? Nella possibilità di professare la "fede dei propri
padri" o nel diritto di scegliere se e a quale credo religioso aderire? Il
"reportage" che ci arriva dall’Iran
pone in maniera stringente questo tipo di interrogativi, la cui
"rilevanza", immaginiamo, non sfugge a nessuno. Non sfugge,
innanzitutto, ai credenti di qualunque fede e neppure a chi rivendica la
rilevanza "costituzionale" del diritto di non credere e della sua
tutela giuridica. Per costoro, il senso religioso appartiene a ogni essere umano
e ne rappresenta, sotto molti aspetti, una sorta di "nocciolo" duro, o
di attributo non accessorio. Ma non dovrebbe nemmeno sfuggire nemmeno a coloro
che non provano alcun interesse non solo per questa o quella religione, ma
neanche per la dimensione della spiritualità. Una simile affermazione è
possibile a partire da due semplici considerazioni. La prima è quella che
riconosce come la "libertà dei moderni", con il suo forte e peculiare
"ancoraggio" al dato individuale, così distante dalla "libertà
degli antichi", si sia affermata anche attraverso e a partire dalle guerre
di religione e dalla questione della libertà religiosa. In questo senso, è
perfettamente possibile essere completamente "atei" e
"concordare" con Giovanni
Paolo II o Benedetto
XVI, quando in
molte e diverse occasioni hanno affermato essere quella religiosa la
"radice" di ogni altra libertà. Perlomeno in termini di processi
storici della modernità, non c’è dubbio che le cose stiano così. La seconda
considerazione verte sul fatto che la sfera in cui si manifesta il senso
religioso è forse la più "intima", la più profonda e
"riposta" dell’essere umano. Per i tipi di domande di cui essa deve
farsi carico (il senso della vita e della morte, la razionalità dell’universo,
la solitudine "insanabile" dell’uomo, l’irrimediabile
"caducità" di ogni conquista), essa rappresenta quasi un’"iperbole"
dell’anelito e della pretesa di ogni essere vivente verso la libertà. Se
nemmeno nell’intimità di uno spazio "indifeso" come l’anima sono
libero di scegliere, se tale libertà non è tutelata, come posso sperare che in
ambiti più pubblici e sociali, dalla più immediata ed evidente rilevanza
politica ed economica, possa essere libero?
I cristiani, gli "zoroastriani", gli ebrei dell’Iran sono
"liberi" di professare la religione in cui sono nati. Alla comunità
armena è consentito di produrre e consumare il vino, che, paradossalmente, il
viaggiatore ospite di questo meraviglioso paese non può legalmente acquistare o
bere, perlomeno legalmente, in questo "assoggettato" all’ipocrita
"sobrietà per legge" imposta dalla "ierocrazia" iraniana.
Assai meno "paradossale" è constatare come la produzione e il consumo ufficiale
di vino da parte della comunità armena ne farebbe degli "alcolisti
cronici", da
far apparire i "mugiki" della steppa delle "educande" dedite
al "rosolio", se non fosse che quel vino legalmente prodotto alimenta
un fiorente mercato clandestino per gli iraniani di ogni fede. Le cristiane
"adultere" non vengono "lapidate" e nelle piscine dello
"Sporting club" degli armeni di Teheran,
donne e uomini condividono gli spazi e i pochi centimetri quadrati di indumenti.
Ma più che di libertà, occorre allora parlare di "tolleranza", di un
privilegio (nel senso di "legge privata", di "franchigia",
di "patente" dal sapore medievale), sempre a disposizione del potere
"politico-religioso". Sono ben "angusti" i limiti della
tolleranza, rispetto allo spazio infinito, agli orizzonti sconfinati della
libertà. C’è tra tolleranza e libertà la stessa differenza che esiste tra l’obbligato
"andirivieni" di un battello fluviale trainato da cavalli e il
navigare portati dal vento.
Perché senza possibilità di cambiare rotta, opinione politica e persino fede
religiosa non si è liberi. Si è solo "liberi a metà", cioè
"schiavi" per intero.