Anche a costo di "disertare" le "Olimpiadi"

RITAGLI     Chiarire con Pechino     SPAZIO CINA
prima che sia troppo tardi

Vittorio E. Parsi
("Avvenire", 16/3/’08)

Cresce l’imbarazzo nelle "Cancellerie" occidentali a mano a mano che si diffondono le notizie dell’ampiezza della "rivolta tibetana" e della violenza della "repressione" cinese. Mentre si esprime la speranza che le violenze cessino immediatamente (senza peraltro specificare che è il popolo tibetano a subire da troppo tempo e fin troppo "remissivamente" la violenza dell’occupazione coloniale cinese), si spera di non rendere troppo "esplicito" che, in termini di "rispettabilità" politica internazionale, le regole che valgono per la Birmania non valgono per la Cina. Quello della "violazione" sistematica dei diritti umani, peraltro, è solo il caso più "macroscopico" del trattamento di favore riservato al "colosso asiatico". Il mondo tollera che Pechino non rispetti gli "standard" minimi ambientali e le norme internazionali contro la "contraffazione" commerciale, che aggiri quelle sui diritti d’autore e che "promulghi" leggi che definiscono un "crimine contro la sicurezza nazionale" la "divulgazione di notizie sul lavoro infantile" (ancorché esse siano "veritiere"). Ora, pochi milioni di tibetani rischiano di risvegliare il mondo dal suo "torpore", costringendolo a chiedersi se l’enorme "benevolenza" di cui il governo cinese è oggetto non sia eccessiva e "controproducente". Questa "benevolenza" è il frutto dell’idea "clintoniana" che fosse necessario "coinvolgere" ("engage") la Cina, piuttosto che "affrontarla" ("confront"). In tal modo, attraverso la sua integrazione, il suo "imbrigliamento" nel fitto "reticolo" di istituzioni e trattati "multilaterali" che costituivano e costituiscono lo "scheletro" dell’economia "globalizzata", la Cina avrebbe gradualmente perduto i suoi tratti "autoritari" e minacciosi, e il successo del "libero mercato" avrebbe portato allo sviluppo di una società civile capace, proprio grazie all’apertura internazionale e alle virtù "taumaturgiche" di "Internet", di pretendere sempre più democrazia. Come le cose sono andate finora lo abbiamo visto: "Google" ha accettato di "censurare" i propri contenuti per il mercato cinese, la presa del "Partito comunista" sul potere politico è salda come mai, e Pechino sta sempre più puntando i piedi e alzando la voce su tutta una serie di questioni. I "Giochi olimpici", negli auspici della dirigenza cinese, avrebbero dovuto costituire la "vetrina universale" in cui mostrare il nucleo del "messaggio" di Pechino al mondo, la radice del suo "soft power", espresso in un concetto chiaro quanto, per molti, "allettante": crescita economica e "autoritarismo" politico possono convivere. Ora, quattro «monaci "straccioni", agenti provocatori al soldo del Dalai Lama» rischiano di rovinare tutto. L’eventualità del "boicottaggio" dei "Giochi Olimpici", infatti, non può essere esclusa "aprioristicamente", tanto più se la repressione dovesse seguire le solite modalità "brutali", che conosciamo almeno dai tempi della rivolta di Piazza Tienanmen. Quello che sta accadendo in Cina in queste ore segna infatti anche l’ennesimo fallimento della strategia dell’"engagement". La ragione di un tale risultato si può trovare nella natura particolare della relazione tra potere politico e potere economico in Cina. Il "capitalismo" cinese, finora, si è sviluppato sotto il "ferreo" controllo dell’apparato politico dello Stato "autoritario", non si è posto come un possibile "contropotere", non ha rappresentato nessuna minaccia per il "Partito comunista". La stragrande maggioranza dei nuovi "manager" e dei nuovi miliardari cinesi sono iscritti al "Partito".
Del resto, anche nella storia europea, ciò che ha rappresentato un "baluardo" contro il potere politico, non è stato il "capitalismo", ma la "proprietà privata". In Cina, per nulla "paradossalmente", mentre il primo sembra "fiorire", la seconda non trova una tutela altrettanto efficace, cosa del resto improbabile in un sistema in cui i giudici sono tutto fuorché "indipendenti". In termini internazionali, le cose sono poi ancora peggiori, se possibile. La teoria "liberale" circa la natura "pacificatrice" dell’apertura economica internazionale, infatti, funziona solo se si immagina che i soggetti economici si muovano come "attori" indipendenti rispetto ai governi. Ma non è questo il caso cinese, in cui gli "attori economici", per quanto di dimensioni "cospicue", restano "subordinati" al potere politico, con il risultato che la Cina "capitalista" e comunista di domani rischia di restare il "monolito" della Cina "collettivista" e comunista dei tempi di Mao, ma incredibilmente più efficiente e quindi più potente. Quello che sta avvenendo con i cosiddetti "fondi sovrani", che "rastrellano" titoli e valuta estera sui mercati finanziari internazionali, ma il cui controllo resta nelle mani del governo cinese la dice lunga.
Ecco perché è ora di chiarire le cose con il governo cinese, prima che sia troppo tardi, anche a costo di "disertare" le "Olimpiadi" di quest’estate.