La grandezza unita al
senso del limite
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Vittorio
Emanuele Parsi
("Avvenire",
17/4/’08)
Sincerità e amicizia. Si
potrebbe sintetizzare in questi due "concetti" la chiave di lettura
del discorso pronunciato dal Papa al suo "sbarco" negli Stati
Uniti, in un
Paese che conosce e che ammira per la capacità dimostrata fin dalla sua stessa
origine di perseguire nel "pluralismo" una verità che non può essere
mai "relativa". Diverse possono essere le vie attraverso le quali gli
individui e le comunità ricercano – come sottolinea Benedetto
XVI – quella
«verità evidente per se stessa che tutti gli uomini sono creati eguali e
dotati di "inalienabili" diritti, fondati sulla "legge di
natura" e sul Dio di questa natura». Ma l’eguaglianza degli esseri
umani, e il suo "sostanziarsi" (ancora più e meglio del suo
"declinarsi") in diritti, non può essere creduta vera che come
"assoluto". In tal senso la libertà è, contemporaneamente, un bene
in sé (un "fine" ultimo) e uno strumento, attraverso il quale è
possibile "illuminare", nel dibattito e nel ragionamento, nella
pratica e nella coerenza, la via che conduce alla verità. Alla politica è
consegnato il compito di "apparecchiare" le norme e le istituzioni che
consentono ai tanti e diversi discorsi sulla libertà di incontrarsi e
vicendevolmente arricchirsi, senza che le buone ragioni di ognuno vengano
"brandite" come armi nei confronti degli altri,
"argomentando" piuttosto che "contrattando".
In questa prospettiva, pochi sistemi politici come quello americano hanno
offerto una "lezione" migliore. Proprio la consapevolezza della
"fragilità" della natura umana, se comparata alla grandezza degli
ideali politici che i "Padri Fondatori" si danno e danno alla
"Grande Nazione", è ciò che permette la costruzione di un
"edificio" maestoso e umile. Libertà religiosa e "diritti di
proprietà" sono le "colonne" su cui poggia l’intero "edificio" della
repubblica. La libertà religiosa è posta a fondamento e "bastione"
della forma più intima della irriducibile "unicità" di ogni essere
umano: che la vogliate chiamare anima o coscienza non cambia nulla, perché la
sua tutela è "scudo" anche per chi scelga di rifiutare qualunque
credo religioso. I "diritti di proprietà" sono ciò che consente agli
individui riuniti in società di preservare la propria indipendenza dalla
benevolenza del principe, per quanto "illuminato" possa essere, di
rammentare a tutti e ad ognuno che la sola possibile fonte di legittima
"sovranità" siamo: "Noi, il popolo".
Una delle cose che più colpisce, guardando a quella straordinaria
"intrapresa" politica che è stata la fondazione degli Stati Uniti, è
proprio la capacità di "sintetizzare" grandezza e senso del limite.
Nel momento in cui si accingono a realizzare una operazione senza precedenti,
"l’impero della libertà", qualcosa che grida in faccia ai
contemporanei e ai "posteri" la maestà del genere umano, il suo
"prometeico" coraggio, i "Padri Fondatori", tra i quali c’erano
"teisti" e atei, si affidano a Dio, e ancorano alla sua
"regia" la naturalità di diritti, che bisogna iniziare a
"implementare" e tutelare. Quasi che, mentre si accinge alla sua opera
"creatrice", e la politica è "creazione", l’uomo si volga
a cercare il conforto di un’altra "Creazione" e di un altro
"Creatore", a cui immagine, pure, anch’egli è fatto.
Ben consapevole di tutto questo il Papa, ieri, ha cominciato a incontrare l’America,
che l’ha accolto – per voce dei suoi rappresentanti – con un’amicizia e
una sincerità altrettanto aperte. Grata a questo "testimone" del
Vangelo dell’amore e della speranza, e attenta a ciò che è venuto a dirle. E
a ricordare a tutti. Per quanti errori e "soprusi" siano stati
commessi nella lunga storia degli Stati Uniti, anche nel nome della libertà, e
per quante volte succederà ancora che la libertà sia evocata per giustificare
egoismi e "opportunismi", oggi come duecentotrentadue anni fa,
dovremmo avere molta più paura per la libertà che della libertà, dovremmo
innanzitutto temere di perdere la libertà, piuttosto che aver paura di
sbagliare perché siamo liberi.